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mercoledì, ottobre 26, 2005
Sonny, Debbie e il Fantaleo Un amore esigente nell’anno 21.004 CINQUANTATREESIMA PUNTATA
Tashi prese il braccio di Sonny e s’incamminò verso il lato più luminoso della sala. Jorge trattenne gli altri con un cenno della mano. Henn sorreggeva la testa del padre che era stato trascinato di peso fuori dalla piattaforma. «La tua direzione è quella» disse Tashi indicando la parete. «Non…» «Oh… Jorge mi aveva avvertito. Dice che prima rispondi di no e poi stai a sentire, ma stavolta credo dovrai rassegnarti ad ascoltare subito. Le alternative che ti offro sono: per sempre» si fermò un momento incontrare il suo sguardo «o adesso» «Qui sto bene Tashi» disse Sonny godendo con tutto se stesso del benessere che lo pervadeva da quando era sceso dalla piattaforma. «E se puoi credermi, anche dicendo questo sto mentendo, perché il per sempre sta per divenire un per poco» «Questo lo so… eppure so che qui ci sono molte delle risposte. Lo sento. Come sento che se partissi ora, non avrei la possibilità di tornare nemmeno portando a compimento la nostra missione» «È vero Sonny, è assolutamente vero. Però… non è sempre così? Non è sempre così ovunque e in ogni tempo? Non si torna. Qui avrei potuto allungare a dismisura la tua vita, raccontarti tutta la parte della storia terrestre che ti è sempre stata taciuta, dirti che cosa succede quando uno dei vostri vecchi esce dalla scena pubblica… eppure non farei comunque il tuo bene» «Impossibile!» «Credimi. Qui avresti lo stato d’animo per ascoltare e vivere comunque felice, lì fuori saresti condannato a impazzire nell’incredulità dei tuoi simili» «Però saprei…» «No, no… e poi, rispondi a te stesso, avevi bisogno qualche mese fa di queste risposte?» «No» «Credi davvero che in una qualunque epoca umana sia capitato che una sola società abbia condizionato il proprio vivere quotidiano per qualcosa accaduto ventimila anni prima? O soltanto diecimila? Lo sai anche tu, nemmeno mille o cento. È una delle nostre migliori prerogative: siamo degli smemorati che sperimentano tutto per la prima volta» «Ma se tutte le nostre istituzioni sono il frutto dell’evoluzione dei sistemi di condivisione democratica!» «Già, ma chissà che cosa mi diresti se ti mostrassi quante volte negli ultimi quarantamila anni un sistema è andato in pezzi per l’ambizione di una sola generazione, o quante volte negli ultimi cinquemila anni, per la stessa ragione, un intero sistema si è trovato ad azzerare il proprio progresso sociale…» «Credo che tu sappia che cosa ti direi, anche se non ho capito perché l’ambizione…» «Perché la generazione che ambisce troppo fortemente al potere designa una schiera di mezze figure alla propria successione. Questo degrado è irreversibile e spesso distrugge le condizioni minime di convivenza per periodi lunghissimi, talvolta per millenni» disse Tashi accalorandosi. «…» «Non potremmo salvarci da questa disgregazione ciclica nemmeno se potessimo eliminare anche l’ultimo djoseriano in questo preciso istante, come avrai capito… ma non possiamo comunque pensarci ora. È giusto che in ciascuna epoca ogni generazione faccia la propria parte, del resto non è per questo che tu stai per cominciare l’ultimo tratto del tuo viaggio, le ultime tre tappe» «E comunque non tornerò qui, vero?» «Vero» «Perché so che tu non ci sarai più appena ce ne saremo andati?» chiese Sonny con una nota acuta nella voce. «Perché così abbiamo voluto che fosse questo luogo, perché forse sei meno figlio del caso di quanto avessimo creduto… perché noi siamo tra i responsabili del disastro che si sta compiendo lassù… perché siamo vecchi quanto Graus il mostro… e perché lì in fondo, alla fine della seconda tappa dovrai scontrarti con i nostri vecchi angeli almeno ad armi pari» indicò un’apertura che si stava dilatando lentamente nella parete luminosa. «Chi?» «Così li abbiamo chiamati quando sono fuggiti. Erano in sedici, avevano sete di giustizia, non riuscivano a perdonare, a dimenticare. Per evitare il mio controllo hanno messo tra noi e loro almeno cinquemila chilometri, ma sono anche usciti dall’influenza di questo luogo. Non so che cosa possa essere stato di loro, ma so per certo che il fantaleo non li ha mai veduti. Non riesco ad immaginare che cosa troverai laggiù» «E tu?» «Resteremo ad aspettare che tu raggiunga la prima tappa. Poi faremo scendere il buio anche qui. Il nostro compito è finito e avrete più possibilità se riuscirete a sorprendere i vecchi angeli senza essere preceduti dall’eco della nostra positività» «Non potreste semplicemente chiudere questa parete?» «Sì, potremmo»
(continua)
giovedì, ottobre 20, 2005
Sonny, Debbie e il FantaleoUn amore esigente nell’anno 21.004 CINQUANTADUESIMA PUNTATA
Piedra odiava tanto la luce del sole che si era convinto di saper riconoscere l’arrivo dell’alba dall’odore. Fantasticava che solo per questa sua qualità Graus gli avesse assegnato il compito di dare il segnale d’inizio. Cavò dalla tasca la pesante stella traslucida che il suo padrone gli aveva affidato e indugiò un momento prima del lancio. Fosse stata un sasso, avrebbe potuto uccidere quelli della Guardia uno dopo l’altro senza sbagliare un lancio, se soltanto il vecchio dio glielo avesse chiesto. Avrebbe potuto colpire chiunque tranne forse proprio quell’essere primordiale il cui desiderio di distruzione era tanto forte da sterminare i suoi migliori ufficiali nell’imminenza dello scontro decisivo con il vero nemico. Follia? Piedra non avrebbe saputo dirlo: a volte era propenso a credere che anche il gesto più incomprensibile di Graus fosse dettato da un fine preciso, altre, sempre più spesso, gli sembrava che fosse l’universo a tendere nella sua interezza verso il nulla e che quindi non facesse altro che servirsi dell’inesauribile negatività degli spiriti più determinati. Quella forza invincibile avrebbe chiamato anche lui? Piedra ghignò di piacere… spegnere l’universo con un’ultima, devastante sassata. Rabbrividì. Poi lanciò la xiplac. La stella omboniana volò verso nord risalendo la valle senza mai smettere di essere visibile grazie ad una persistente scia violacea. Raggiunse qualche secondo dopo la sommità del canalone e si arrestò cominciando ad emettere un suono grave lungo e ripetuto ad intervalli che diventavano via via più brevi. Graus si affacciò alla porta della sua tenda. La xiplac salì rapidamente di tonalità e attraversò la valle da nord a sud nel tempo impiegato ad emettere l’ultimo acuto. Poi vi furono soltanto i sibili delle lame omboniane interrotte dai tessuti molli e dalle ossa della Guardia. La prima brezza sembrò trascinare l’aurora sul crinale ad oriente e l’aria si colorò dell’umore acre dei braccati e dei loro assassini. Il terrore e il desiderio arrivavano alle narici sensibili di Graus rianimandolo. Non durò molto. Anche l’aria cambiò rapidamente, saturandosi di fragranze dolciastre. I più sfortunati tra i membri della Guardia furono quelli che riuscirono a scampare al primo assalto: l’istinto li portò a fuggire verso il luogo nel quale si erano sentiti eterni ed invincibili solo poche ore prima. Graus non sprecò nemmeno una goccia di quel nettare tanto amato.
Stelhanzer, l’unico della Guardia scelto per sopravvivere alla mattanza, rimase alle spalle del suo Signore come gli era stato ordinato. Piedra vide subito la chiazza di urina che si allargava sui calzoni del giovane ufficiale e manifestò il suo totale disprezzo sputando per terra. Non puoi spegnere tutti settanta soli da qui alla curva di Lohban pisciandoci sopra, bastardo, mormorò sputando di nuovo.
Stelhanzer era in una situazione più grave di quanto Piedra potesse immaginare: la costrizione ad assistere immobile a quella scena grandiosa, nella quale desiderava allo stesso tempo essere ciascuno degli assassini, ciascuna delle loro lame e la bocca vorace di Graus, generò in lui una totale esaltazione che veniva costantemente sgretolata dalla certezza di essere stato soltanto tenuto per ultimo. Il terrore di vedere, alla fine di tutto, l’implacabilità degli omboniani rivolta anche contro la sua divisa, innescò il delirio e il delirio allagò prima la sua mente che i suoi calzoni. All’apice di questo scontro devastante tra bramosia e terrore, fu il suo cervello djoseriano a reagire in modo autoconservativo e a cambiare per sempre il corso della vicenda umana di Stelhanzer. Piedra assistette incredulo alla metamorfosi che si compì davanti ai suoi occhi. Stelhanzer in pochi attimi divenne la copia giovanile dell’eterno Graus Rivält Duur e liberò un urlo di guerra come pochi se ne erano sentiti da decenni.
Per qualche istante tutto il campo rimase sospeso in un’immobilità irreale. Poi Graus si avventò sul suo unico ufficiale della Guardia. Stelhanzer si mosse velocissimo e sparì verso ovest. Gli Ombo furono i primi a riprendersi. Più di trecento uomini si lanciarono all’inseguimento del fuggitivo, mentre alcuni di loro portarono a termine il compito per cui erano stati convocati.
Rafael sentì distintamente l’urlo di guerra che il vento gli aveva portato insieme all’aroma intenso del sangue. Rispose con tutto il fiato che aveva.
(continua)
martedì, ottobre 11, 2005
Sonny, Debbie e il Fantaleo Un amore esigente nell’anno 21.004 CINQUANTUNESIMA PUNTATA
Il tempo dell’indecisione per Debbie era scaduto. Se doveva dare retta all’unico ordine di Jorge che aveva ricevuto dall’inizio della prigionia, era necessario fermare Rafael da sola e senza perdere un minuto di più. Così aveva sentenziato per bocca di Setiawan Bakari. Non c’era spazio nemmeno per la speranza, Jorge e Sonny non sarebbero mai arrivati in tempo per liberarla prima che il djoseriano la consegnasse… a chi? Chiunque fosse doveva essere tanto potente da riuscire a spaventare un mostro come quello che la teneva prigioniera. Quasi impensabile. Eppure decidere di saltare fuori e improvvisare qualcosa non sembrava un’opzione accettabile. Non tanto e non solo per l’angoscia alla sola idea di rivederlo, ma per la maledetta certezza di non rivedere mai più quei due uomini tanto diversi… Avrebbe mai vacillato nella convinzione di sposare Sonny se non fosse… se non fosse perché cara? Perché sta finendo il mondo? Perché sei portata a spasso da un essere che forse ti mangerà dopo il prossimo stupro? Perché quello da cui ti sta portando non può che essere peggiore? Quanto tempo hai lasciato passare da quando sai che devi uscire di qui e dire al mostro di guardarsi dagli Ombo? Tu sai di non avere un’altra notte. Hai usato il tempo che hai avuto fino ad ora per fare un piano? Ti fa rabbia? Se non hai risposte migliori delle domande, magari è perché sono sbagliate le domande, oppure… oppure basta mettere fuori la testa e considerare un successo il fatto che non te la stacchi con un morso. Ahhhh… aria, aria meravigliosa… quasi sera, per fortuna, però potrebbe anche essere mattina. E siamo fermi. Fermi? Debbie non riusciva a crederci: si stava preparando a saltare giù dalla cassa in corsa e fermare Rafael anche con il sacrificio del proprio corpo e il bastardo se ne stava seduto a grugnire con lo sguardo rivolto a valle. Succede talvolta di non riuscire a rallegrarsi della propria fortuna e di vederla solo come la malasorte in uno dei suoi più riusciti travestimenti. Debbie si concesse di respirare a pieni polmoni l’aria fresca della sera, ma subito dopo dovette aggrapparsi alla cassa per controllare la vertigine e l’improvvisa mollezza delle gambe. C’era un modo sicuro per rallentare la marcia di Rafael? Se la cassa fosse stata in movimento la prima opzione era quella di scappare e nascondersi il più a lungo possibile, ma… ma se lui si era fermato spontaneamente, non era proprio quello a fargli buon gioco? E in ogni caso, perché non l’aveva sentita uscire dalla cassa? Fingeva di non sentirla? Ecco! Fingeva! Non aveva che da fare tre passi e sparire oltre il crinale, nel buio verso oriente, gli stessi tre passi che la tenevano dietro al mostro mentitore. Un’occhiata rapida intorno e partì a passo di carica. «Non credevo fossi uno che si stanca così presto» Rafael trasalì e in un attimo si rimise in piedi. Il suo sguardo la diceva tutta sul suo autentico stupore che virava rapidamente allo sgomento. Poi passò, e a mano a mano che durava il silenzio l’espressione dell’uomo tornò dura e satura d’odio. Famelica. «Se ti pesa trascinare quell’affare» disse lei indicando la cassa «posso camminare. Sei stanco?» «Hai cambiato idea e vuoi che passiamo il resto della nostra vita a guardare il panorama?» non potendo più tornare indietro, Debbie volava farla finita in fretta. «Allora hai paura!» «Allora è lui che non ti vuole più! Si è trovato uno schiavo meno stupido di te! È così? A me puoi dirlo, è la gelosia che ti trattiene?» Debbie vide un’ombra attraversare l’espressione immobile di Rafael. Tanto valeva buttarsi. «Lo sai anche tu che rischiamo di arrivare quando la parte migliore della festa è già finita…» un ricognitore passò cigolando e sbuffando sopra le loro teste, virò verso sud e fu inghiottito dal buio. Rafael stette a guardarlo, il suo grugnito divenne un ringhio rabbioso. «Allora andiamo, vieni, vieni…» Debbie fece qualche passo all’indietro seguita da Rafael, poi il suo tallone incontrò qualcosa di duro e cadde. Rafael era ormai deciso a mettersi la donna in spalla e a raggiungere il campo immediatamente. Correndo ci avrebbe impiegato tre ore, forse quattro, ma ne sarebbe valsa la pena. La promessa di molto più sangue di quello che sarebbe mai riuscito a bere in una notte lo rendeva folle di desiderio. Un desiderio tanto grande che era disposto a cominciare bevendo il sangue di Graus e dopo, ma con molto più piacere, quello di Piedra. La ragazza inciampò e nella caduta perse il bracciale che aveva stretto nel pugno ferito. Urlò di dolore prima di voltarsi fulminea nell’erba alta a cercarlo. Lo trovò quasi subito e placò all’istante il dolore della ferita non ancora completamente rimarginata. Pochi attimi, eppure sufficienti per affacciarsi alla mente di Debbie e vedere la determinazione scolpita nei suoi pensieri: la pura volontà di costringerlo a muoversi. Nel buio della cassa Debbie pianse per la propria sconfitta, ignara di avere appena finito di dare alla missione almeno una possibilità di riuscita. (continua)
giovedì, ottobre 06, 2005
fantasia - fisico 0-0
per tutta una serie di motivi nei quali i fatti mi cosano e il fisico stressato diventa la mutanda stretta della fantasia, stanotte ho piantato lì Debbie con una gamba dentro e una fuori dalla cassa. per quanto a malincuore, ho ceduto alla vanità di raccontarle una bugia dicendole che rinviavo per cause degne la 51.ma a domani. troppa era la vergogna di confidarle che già per due volte son cascato a faccia in giù sulla tastiera. e lei, signora, dice che ha capito. che poi ci sono cose che neanche puoi cominciare una notte e lasciarle da finire per quella successiva.
nel temporaneo assopimento hanno mandato anche la pubblicità, parlavano di una che usa la fantasia (quella vera, quella utile) solo sul posto di lavoro. e c'era questa sagoma di bambina che diceva: mia mamma ha più fantasia di tutti, sa dire le poesie con i rutti. torniamo domani, qualora lo leggiate.
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