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martedì, luglio 26, 2005
f* Barbie
bilancio di mezza estate
Fuck Barbie è la più bella scritta su una maglietta che ho visto ultimamente. Mi è capitato d’intercettarla una sera mentre da un bar del centro Jovanotti si chiedeva come va il mondo. Questo ha reso la scritta ancora più bella e da quel momento è diventata la mia nuova esclamazione (modulata con accento romagnolo). La uso soprattutto quando penso a Blair che dice «vogliono spaventarci». E se prima gli avrei risposto «ma va? giura!», mettendolo a disagio con un italiano troppo idiomatico, adesso gli sparo un bel f* Barbie, e se non altro mi sento a posto per aver fatto un passo linguistico decisivo nei suoi confronti. E anche nei confronti della regina. Sì, proprio lei, quella che ha detto che loro non cambieranno il nostro stile di vita, perché non ho capito se si riferiva a tutti noi o solo alla sua famiglia. Nel caso parlasse della sua famiglia la inviterei a riflettere se non le viene da cogliere l’occasione al volo per darsi una bella regolata, nel caso parlasse di tutti noi, le faccio rispettosamente presente che non è che abbiamo proprio tutti tuttissimi lo stesso stile di vita…
Potendo darei lo stesso consiglio a quei tanti che adesso rincorrono la mediazione interculturale: il dialogo è un investimento di lungo periodo che ha rendimenti bassissimi e incostanti, non basta a garantire la pace, non basta a fermare le bombe, ma è indispensabile. Mille volte più utile dell’assimilazione e dell’integrazione forzata a colpi di modelli di vita da imitare. Non voglio parlare di quelli che mandano chi semina la morte, voglio guardare solo dalla mia parte e preoccuparmi solo di quelli che continuano ottusamente a pensare che se a Milano ci sono le svendite, allora ci sono anche in tutto il resto del mondo. Uguali alla regina. Provate a fermarvi un momento ad osservare come questi personaggi si muovono nei caroselli, nei tiggiuni, nei parlamentiin e in mille altri teatrini, poi immaginate di non essere invitati alle stesse svendite: se non vi viene spontaneo un f* Barbie, siete pronti per vedere le statue ballare il boogie.
P.S. Sonny, Debbie e il Fantaleo forse arrischiano a mettere il naso qui prima della fine del mese, ma è più probabile che la sparino grossa il 1° settembre per smenarsela che la loro storiella compie un anno. Meschini, non sanno che invernata splatter li aspetta. Che poi, ingenui, il blog ne fa addirittura 2 proprio in questi giorni, e il sito ne farà 4, di anni, il 14 p.v. Auguro loro un declino meno impietoso.
giovedì, luglio 14, 2005
Gli immoderni
Seconda e ultima
Londra? Londra!
Un quotidiano locale del Veneto il 12 Luglio titolava: Londra sotto le bombe! Riuscite ad immaginare qualcosa di più fasullo? Intanto erano le bombe ad essere sotto Londra, e non viceversa, ma a parte questa incapacità logica perché rispolverare un titolo che non circolava più dal 1940? Perché con il terrorismo siamo in guerra? C’è qualche dittatore che vuole conquistare il suolo britannico o americano o spagnolo? Non lo credo, anche perché il prezzo degli affitti a Londra è pazzesco.
Qualcuno si è affacciato dai nostri morbosi telegiornali per spiegarci perché il terrorismo internazionale di oggi è riuscito laddove quello italiano e quello tedesco e quello spagnolo hanno fallito? A me non sembra. Perché gli anni settanta non hanno innescato quella reazione a catena che invece ha messo in moto l’11 settembre? È davvero pensabile che gli attentati in Europa, Africa, America e Asia siano opera della stessa mano? Se ci crediamo, ritengo che ci dovremo rassegnare a stupirci per molto tempo ancora. Non solo, ma saremo sempre più frustrati dall’ovvia impossibilità a mettere in sicurezza mezzo mondo; più o meno come se pretendessimo di respingere la grandine con una racchetta da tennis.
Qualunque sia la ragione oscura (se c’è) che anima chi ha cominciato a spedire i kamikaze a occidente, non può spiegare l’enorme risposta trasversale (età, cultura, estrazione sociale, sesso) che essi mandanti stanno ottenendo. Per quanto sia per noi difficile o impossibile da accettare, è plausibile pensare che un grande numero di persone reputi il sacrificio della propria e dell’altrui vita l’unica possibile suprema risposta. Ma a quale domanda?
A proposito di domande: perché per parlare di Londra usi un regista francese? Grazie per la domanda, mi permette di esprimere in tanta analisi oggettiva un parere personale: il cinema inglese non esiste. In Inghilterra almeno… (giusto per non farmi sparare da chi stava per nominare Hitchcock o Chaplin).
Però non è l’unica ragione. In effetti Bresson ha fatto per il cinema mondiale più di quanto siano disposti a raccontarci alle scuole medie (e al telegiornale): ha fatto ripensare al modo di girare un film ad almeno due generazioni di registi. Il giovane Truffaut ne scrive con entusiasmo già nel ’54 e ne matura il convincimento nel ’56 quando, a proposito di un film come Un condamné à mort s’est échappé, riconosce che «Un’influenza di Bresson sui cineasti francesi – o stranieri – mi sembra inconcepibile e, tuttavia, di fronte a un film come questo si percepiscono più nettamente i “limiti” dell’altro cinema».
A ben vedere questa frase contiene almeno la metà di quello che andavo cercando: Bresson in tutta la sua carriera ha perseguito una strada di tale rigore da non essere solo sconcertante per la critica e repellente per il 97% degli spettatori, ma talmente originale e votato all’essenzialità da impedire nei fatti una “scuola Bresson”. Tuttavia, ha indotto decine di autori (insieme ad altri, ben inteso) a ripensare un linguaggio in tutte le sue articolazioni. Coerente fino all’integralismo - nonostante già nel 1945 il suo Les dames du Bois de Boulogne fosse stato sepolto dai fischi e dalle stroncature per essere riabilitato solo 11 anni dopo- non ha cercato proseliti, ma offerto una nuova gamma di strumenti (non di risposte).
Non so voi, ma è di questo che sento la mancanza, di un diverso modo di leggere l’indiscutibile complessità del reale senza prendere sempre la via più semplice o più rassicurante. Non l’accattonaggio di pensiero che radicalizza lo scontro in cambio di consenso, ma un modo equamente coraggioso, nei fatti, di porre le questioni, le domande, e di intuire le risposte. Ho bisogno di capire perché sono immoderno rispetto a questi modernissimi approcci allo scazzo globale.
Ho bisogno, per tornare al nostro lutto più recente, di conoscere più di quello che posso semplicemente constatare. Non mi basta sapere che Londra è l’obiettivo militare più significativo fuori dal territorio americano, non mi basta intuire che la metropolitana è quanto di più defloratorio vi sia sotto l’aspetto dell’umiliazione dell’avversario (non ricordiamo forse ancora oggi pubblicamente l’eroismo con il quale i nostri incursori affondarono le due corazzate inglesi nel porto di Alessandria?). Non mi basta seguire la pista dei soldi e sospettare che siamo in Iraq per uno scranno all’ONU, oltre che per il petrolio.
Vorrei anche provare a capire perché alla fine mi ritrovo a pensare di nuovo a L’Argent.
Quasi che la banconota falsa si possa trasformare in parole come libertà o, peggio ancora, giustizia.
Quasi che la percezione dell’impossibilità o dell’inesistenza della (di una) giustizia, sia capace di innescare reazioni incontrollabili.
Quasi che ci resti la convinzione che se non ci fosse la guerra andrebbe tutto benissimo.
François Truffaut, I Film della mia vita, Marsilio, 1978.
idem.
mercoledì, luglio 13, 2005
Gli immoderni
Penso a Londra e la prima cosa che mi viene in mente è L’Argent di Robert Bresson.
Subito dopo penso al fatto che a 42 anni dovrei prendere in seria considerazione il senso del ridicolo. Perché? Presto detto: perché le mie riflessioni blande e competitive come una corsa campestre da parrocchia non dovrebbero nemmeno trovare spazio data la tragedia che si è verificata, perché balbettare mentre lì fuori c’è una creatura mostruosa chiamata terrorismo, forse equivale a rendersi intellettualmente ed eticamente complici delle sue malefatte, perché in definitiva la realtà è un fenomeno complesso e non la si può svilire con gli strumenti semplicistici della riflessione a voce alta.
Queste stesse riflessioni tuttavia richiamano il file della vignetta di Altan nella quale il figlio dice al padre «la realtà è un fenomeno complesso» e il padre risponde «se non fosse complesso avresti già preso venti nerbate».
Insomma: magari è proprio perché la realtà è un fenomeno complesso che tollera più o meno di tutto. Mi sembra un ottimo alibi, ci provo.
Prima regola: carte in tavola.

Che cos’è L’Argent? È un film del 1983 nel quale si racconta, diciamo a livello trama di Sorrisi e Canzoni TV, la storia di un ragazzo di buona famiglia poco amato dai suoi il quale smercia una banconota falsa a un commesso disonesto, il quale con la banconota paga un fornitore, il quale fornitore resta incastrato tra l’ipocrisia borghese e una giustizia incapace e si trova nei casini. Visto che le cose vanno da schifo, il nostro pensa di mettersi nel campo delle rapine e finisce di corsa in galera. Nel tempo del suo soggiorno a spese dello stato viene informato per lettera di avere perso l’unica figlia, mentre la moglie si limita ad ottenere il divorzio. Tornato in libertà, compie tre omicidi a freddo e si costituisce. Fine. Ah, pare che il soggettista fosse Tolstoj[1], ma non mi ci capisco con le date.
In prima istanza possiamo dire che Bresson rappresenta un succedersi di violenze ed ingiustizie che in cascata ne producono in misura sempre maggiore. Nessuna redenzione, nessuna incursione di eventi positivi che siano in grado di interrompere la catena del male.
Ma questo non è il film, il film è l’operazione che Bresson conduce inquadratura dopo inquadratura per arrivare a definire quelle che la gente che ha studiato chiama categorie della modernità. Non poteva scrivere un trattato di estetica come fanno in tanti? Se avete avuto la fortuna di leggere il suo Note sul cinematografo, capireste che la questione non si pone nemmeno, e poi, che cazzo, è un regista, cosa volete che usi al posto delle immagini, l’alfabeto morse?
Detto (e male) tutto questo, ha qualche attinenza con Londra? O il prode podista campestre è finito nel pantano? Ammetto che viene lunga, ma per il momento continua ad essermi chiaro.
Che cosa significa in termini cinematografici tentare di individuare delle categorie che siano al tempo stesso “della modernità” e (la cosa è ugualmente importante per Bresson) che siano ascrivibili solo al cinema? Vuol dire prima di tutto procedere, per sottrazioni successive, ad emancipare l’immagine cinematografica dalle incrostazioni rappresentative del teatro. Lo fa con una considerazione all’apparenza molto semplice, ma che apre una vera voragine sotto le chiappe di un buon 80% di teorici volonterosi (e forse anche di qualche blogger adolescente): il teatro al cinema è come la foto di un quadro o di una scultura. “Ma la riproduzione fotografica del SAN GIOVANNI BATTISTA di Donatello o della RAGAZZA CON
LA COLLANA di Vermeer non ha né la potenza, né il valore, né il prezzo della scultura o del dipinto. Non li crea. Non crea nulla.”[2]
Il teatro è tale solo per gli spettatori che sono in sala e partecipano della fisicità dell’attore. Il cinema non è fisicità. È rapporto nel tempo tra immagini e suoni, è cinema anche (o grazie a) la necessaria sottrazione del gesto, della mimica, dell’intonazione.
Allo stesso modo Bresson procede sulle regole del racconto. Scardina la messa in scena e scarnifica i processi narrativi fino a quel grado zero del racconto stesso che tuttavia continua, o comincia, ad essere solo cinema.
E Londra?
A Londra ci arriviamo tra 24 ore. Questa prima parte mi serve per essere sicuro di non sballare la media dei 5 lettori. Sono un bressoniano pure io, anche se non so chi me lo faccia fare.
Il diavolo, probabilmente.
A domani
venerdì, luglio 08, 2005

non sono sicuro che ci siano parole da dire,
ma se esistono
ho la convinzione che occorra cambiare il pensiero che le genera.
martedì, luglio 05, 2005
Sonny, Debbie e il Fantaleo
Un amore esigente nell’anno 21.004
QUARANTASETTESIMA PUNTATA
«Facci salire che ce ne andiamo!» Sonny cominciò a chiamare il resto della compagnia urlando più forte che poteva.
«Uhm… non posso»
«Certo che puoi»
«No, no, no… ehm, uhm… sono troppe Sonny caro, e mi servono altre sette ore prima di riavere abbastanza medicina da sputare sui vostri piccoli corpi»
«Sette ore? Come credi che possiamo aspettare sette ore? Da quello che diceva Jorge sei una specie di immortale e ti ci vogliono sette ore?»
«Uhmm… sì, sì, sì, il piccolo grande Hukkala dice il vero… e mi duole molto molto ricordartelo… sì, sì, sì, molto… ma siete voi quelli che non sono immortali, giovane Sonny… già, già, già…»
«Quanto ci metteranno?»
«Ehmm… se il vento non fosse a raffiche… uhm…»
«Quanto?!?»
«Dieci, dodici minuti al massimo… sì, sì, sì, dodici…»
«Perché Jorge non è qui? Cosa facciamo? Ehi! Ehi! Venite tutti qui! Dobbiamo nasconderci subito! Svelti, qui!» Vedere tutto il gruppo dirigersi immediatamente verso di lui gli fece provare per un momento il piacere di comandare qualcuno. La prima ad arrivare fu Victoria Alma.
«Che cosa succede? Jorge dov’è?» ansimava, ma non mostrava di avere paura.
«Lui dice che stanno tornando le zecche, dobbiamo nasconderci subito!» disse Sonny indicando il fantaleo.
«Non c’è un cazzo di posto dove nasconderci! Non ci sono nascondigli abbastanza grandi neanche per nasconderci il culo di un nano!» disse Clara Akiko che di paura ne aveva abbastanza da mettere in pari la sua amica Alma.
«Senti, se hai voglia di…» Sonny non fece in tempo a finire la frase che fu interrotto dal lento decollo del fantaleo «e tu dove vai?!?»
«Ti stanno chiamando, giovane Sonny Alvise. Ascolta ciò che fa meno rumore, ormai sono tutti nelle tue mani. Ascolta!» un secondo più tardi era un granello di polvere che svaniva in direzione ovest. L’uomo cominciò a correre. Faceva qualche falcata e all’improvviso cambiava direzione e scattava di nuovo. I movimenti incontrollati delle braccia rendevano la sua andatura goffa, sembrava stesse correndo al buio. Il figlio lo seguiva emettendo un grido acuto di paura che fece accapponare la pelle a tutti gli altri, spettatori impotenti ed immobili di quello spettacolo dolente.
Sonny cercava di trovare un senso alle parole del fantaleo: che cosa doveva ascoltare?
L’uomo e suo figlio venivano dritti verso di lui. Sonny era certo che non lo vedessero e che gli sarebbero arrivati addosso uno dopo l’altro. Nel silenzio assoluto che era calato sull’altopiano, i passi dell’uomo risuonavano sul tappeto erboso come i goren sui tamburi sacri mandeliani.
«Ho capito, ho capito!» nessuno degli sguardi che ricevette fu benevolo, anzi, che cosa pensassero le due donne di lui era evidente e poco lusinghiero.
«Dalla faccia che hai non sembra che tu capisca spesso qualcosa» disse Akiko.
«Qualunque cosa sia falla adesso!» intervenne Alma.
«Adesso» ripeté meccanicamente Sonny «voi due provate a fermarli. Ho bisogno di silenzio» indicava l’uomo e il bambino. Victoria Alma placcò l’uomo in pochi secondi. Akiko abbracciò il bambino e cercò di consolarlo come meglio poteva.
Sonny rimase ad occhi chiusi per qualche secondo, poi cominciò a correre verso est. Era certo di dover ripercorrere il tragitto lungo il quale era scomparso Jorge, ma non conosceva la direzione, per cui aveva deciso di lasciare che il suo corpo decidesse per lui. Fatte poche decine di metri la sensazione di essere sulla strada giusta lo abbandonò. Tornò indietro e ripartì verso valle.
«Fai qualcosa di sensato, stronzo!» Akiko aveva altro da dirgli, ma i singhiozzi del bambino la costrinsero al silenzio.
Se non ti fidi di nessuno che vita fai? Pensò Sonny mentre correva e ascoltava il rumore dei propri passi sul terreno. L’ironia del pensiero lo distrasse per un istante solo, ma tanto bastò perché il suo cervello registrasse il punto giusto con due passi di ritardo.
Sul punto esatto nel quale si era steso Jorge, Sonny scrutava l’impronta del piccolo Hukkala impressa sull’erba umida. Immaginò correttamente che fosse tutta questione di rapporti tra peso e misura.
Il bambino!
(continua)
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