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sabato, maggio 28, 2005
8½
Il decalogo che segue è pubblicato nel blog di Sifossifoco. Personalmente non riesco a sottoscrivere il primo punto e le conclusioni del decimo, probabilmente perché sono eticamente pigro e fisiologicamente pessimista. Tuttavia i decaloghi servono a mettere in moto le discussioni e quanto più se ne dissente tanto meglio essi svolgono la loro funzione di portatori sani di pensiero, quindi, salvo mie postille in corsivo, procedo alla sua pubblicazione perché riconosco i suoi comandamenti come gli enunciati che sottendono alla pratica quotidiana della mia scrittura.
1.
Quando scrivi un post non far finta che non sia importante. Anche se può giustificarne l'eventuale mediocrità o la leggerezza come un gioco, è solo una pessima scusa: una dichiarazione pubblica di pigrizia.
2.
Ogni tuo post è importante. Fa che sia il più importante. E' un atto di condivisione e comunicazione fortissimo, a cui affidi il compito di richiamare l'attenzione di altre persone. Da ogni parola detta o scritta può nascere la scintilla di un'idea capace di cercare in chi ti legge quello che desideri e di cambiare il futuro proprio come vorresti tu. Aggiungerei qui un'avvertenza: questo comandamento non vale se sei matto, (anche Mein Kampf è stato scritto con quello spirito).
3.
Le parole che usi scrivendo e gli argomenti, sono un comportamento. Quanto più la forma è corretta e il contenuto è nuovo e interessante, tanto più migliori il tuo mondo e quello di chi ti sta attorno o viceversa. Che tu lo capisca o no, comunque sei responsabile di ogni tua azione: sforzati di essere quello che vuoi, non quello che sei.
4.
Quando scrivi, mantieni vivo l'esercizio della memoria e della lingua. Parla di sentimenti, storie e situazioni che sono comuni alla tua gente, usa e mantieni svegli i vocaboli della tua terra. Per l'appiattimento, la globalizzazione e le bugie credibili, bastano i potenti della terra, i grandi media istituzionali e la pubblicità.
5.
Quando scrivi, parla di cose che conosci, usa la fantasia e stupisciti. Se sei capace di stupirti tu, stupirai anche il pubblico. E anche se non hai un pubblico grande come quello che vorresti o meriteresti, comunque ne sarà valsa la pena.
6.
Sforzati di scrivere meglio di come già sai. Ogni sforzo è sempre premiante e premiato. E qualsiasi sia il tuo grado di ambizione, non è con le relazioni e le raccomandazioni, ma con la qualità, che riuscirai a raggiungere i tuoi obiettivi.
7.
Ogni blog, anche il più modesto, ha due valori nuovi e potenti rispetto ai media così come li conosciamo: è libero da padroni e non è al servizio della pubblicità. Che abbia cinque lettori o cinquemila è comunque questa la sua forza, la sua credibilità e la sua ragion d'essere.
8.
Se parli dell'opinione di un altro, giornale o blog o altro, o consigli un acquisto: aggiungici del tuo. Poco o tanto che sia, eviterai di essere solo l'altoparlante di un pensiero non tuo.
9.
Ogni blog ha due tipi di lettori: quelli che commentano, perché ti sono amici o nemici, e quelli che leggono in silenzio. Ecco sono questi ultimi che ti giudicano più profondamente. E' concentrandoti su loro che puoi costruire l'efficacia o l'inefficacia del tuo punto di vista. Questo punto è diabolico, lo capisco, ma non ammette spiegazioni razionali. Come posso concentrarmi su degli sconosciuti? Eppure so che è vero...
10.
Non aspirare con ogni mezzo a scrivere a pagamento, togliendo spontaneità e vigore alla tua scrittura e facendone un'ipotesi posticcia. Ricordati che chi scrive a pagamento ha un unico lettore veramente importante: chi lo paga. Un blog medio ha una cinquantina di lettori attenti ogni giorno, un libro medio ne ha mille volte meno... ci sono libri che vendono cinquanta copie in dieci anni. Il solo mezzo che hai è scrivere cose sempre migliori. Allora saranno i lettori a venirti a cercare e con loro, buoni ultimi, gli editori non potranno fare a meno di te.
Se sei d'accordo o no con questo decalogo, scrivilo sul tuo blog. Facciamo che la discussione diventi un concerto di voci.
mercoledì, maggio 25, 2005
Sonny, Debbie e il Fantaleo
Un amore esigente nell’anno 21.004
QUARANTACINQUESIMA PUNTATA
Jorge nel frattempo percorse qualche centinaio di metri verso valle e nello stesso momento in cui Sonny stava scostando la sua coperta vuota all’accampamento, si stese pancia a terra con le braccia e le gambe divaricate. Trasse un respiro e trattenne il fiato cercando di rimanere immobile per un minuto. Alla fine, la rete dei punti di pressione al suolo reagirono e gli consentirono di attivare il comando vocale di apertura. Scivolò per pochi secondi lungo un piano inclinato fino a toccare una parete elastica che attutì la sua discesa e mise finalmente in moto la parte più complessa del meccanismo. L’apertura in superficie si richiuse e per un istante il piccolo grande Hukkala si ritrovò sepolto in una camera buia, stordito dall’odore pungente della terra umida. Poi il brontolio quasi impercettibile che saliva da sotto i suoi piedi si fece più forte e la stanza s’illuminò grazie a centinaia di piccole formazioni a grappolo che spuntavano dal soffitto e dalle pareti. Jorge aveva solo sentito parlare della Grotta dei Cinque Fiumi e sorrise constatando che i Santi erano ancora presenti nelle loro opere di perfetta fusione tra pensiero e natura, nonostante le distruzioni djoseriane li avessero resi irrimediabilmente sterili ed estremamente vulnerabili. Il fantaleo gli aveva raccontato di come i Santi avessero riunito i superstiti e votato all’unanimità per rinunciare a cure disperate, ma possibili, per dedicare “ogni minuto, ogni energia e ogni uomo e ogni donna” alla realizzazione del Progetto Ridondanza. In molti si erano chiesti se l’amore per il grande sistema di altipiani che i Santi consideravano sacri, partecipi della sostanza divina, valessero la totale estinzione di un popolo, ma il mondo portava allora ferite profonde ovunque e non vi era nazione che non fosse talmente destabilizzata da riuscire a preoccuparsi anche di quegli strani e schivi montanari che parlavano da millenni per mezzo del pensiero.
Jorge percorse il lungo corridoio che dalla stanza conduceva ad uno slargo al centro del quale si trovava, sospesa nel vuoto, una piattaforma circolare. Deglutì quasi senza accorgersene e quella che ingoiò fu più paura che saliva. Il rumore adesso era ancora più intenso ed era molto chiaramente rumore d’acqua in movimento. Impiegò alcuni istanti prima di lanciarsi nel vuoto e atterrare sulla pedana: l’aria fredda da sotto cominciava a rinforzare e attese l’innesco del meccanismo idraulico cercando di dominare i crampi allo stomaco. Dopo uno schianto più potente dei precedenti, la piattaforma iniziò a scendere verso il basso, dapprima lentamente e poi a quella che Jorge decise fosse la velocità di un corpo che cade nel vuoto senza attriti… quando poi la pedana sembrò cominciare anche a girare su se stessa, il buio della grotta fu scosso dal più potente AAAAAHHHHHHHHHHH!!! che l’ugola del piccolo grande Hukkala avesse mai emesso nei suoi settant’anni di vita. Fortunatamente la rotazione fu seguita subito dal un rallentamento della piattaforma che nel giro di pochi secondi cominciò ad essere sostenuta da una colonna d’aria a flusso costante.
Alcuni minuti dopo la piattaforma oltrepassò uno slargo illuminato del tutto simile da quello di partenza, al di sotto del quale Jorge cominciò a vedere, piano dopo piano, alcune delle enormi vasche che servivano per alimentare il meccanismo idraulico, lunghi tratti di condotte, realizzate con una sorta di schiuma azzurra trasparente nelle quali l’acqua era arricchita da bolle gassose luminescenti, mantici poderosi che alimentavano il flusso d’aria, poi un altro slargo sul quale si affacciavano tre ordini sovrastanti di porte, poi di nuovo il buio.
Un ennesimo pensiero fece un passo avanti nella schiera delle sue paure: e se il sistema di bloccaggio si fosse alterato e continuassi a scendere per centinaia di metri prima di rendermene conto? Allo stesso modo in cui ci sono saltato sopra, forse dovevo discenderne… Pensò che magari alla fine il meccanismo era programmato per riportarlo comunque in superficie, se lui non fosse sceso al livello giusto, e comunque meglio così che sbagliare e… no, non poteva rischiare di trovarsi intrappolato a quanto? Un chilometro? Due? Due chilometri di terra sopra la testa? Forse bastava cercare di immaginare che cosa avrebbe fatto Sonny e fare il contrario…
Nel giro di qualche secondo la piattaforma rallentò fino a fermarsi completamente. Il flusso d’aria cessò e così fece, più in alto, il rumore dell’acqua. Jorge rimase in ascolto in cerca di conferme alle proprie paure. Immobile.
«apri il tuo cuore, aprilo senza sapere in quanti riusciranno ad attraversarlo, aprilo finché tu sia solo una grande e infinita porta spalancata all’amore del mondo»
Jorge mise con fiducia un piede oltre la piattaforma e in quel momento si rallegrò di non temere il vuoto, poi, appena il suo peso si fu spostato a terra, la luce esplose intorno a lui, lasciandolo senza fiato per la meraviglia di ciò che vide.
(continua)
venerdì, maggio 20, 2005
Chiarimento
«sei malato»
«non sono malato»
«sei malato, fidati»
«perché?»
«perché non lavori, non è una cosa sana»
«chi ti dice che non lavoro?»
«c’è poco da dire, non ti vedo mai uscire di casa»
«è vero, perché io lavoro in casa»
«non ci credo»
«giuro!»
«e che lavoro faresti?»
«scrivo dialoghi»
«non è un lavoro, che lavoro è scrivere dialoghi?»
«non è il massimo, ma è un lavoro»
«e te li inventi tu?»
«no, sistemo quelli degli altri»
«perché?»
«perché il mondo è pieno di gente che scrive, ma che non sa fare i dialoghi»
«e sa scrivere il resto…»
«non è importante, il fatto è che puoi anche buttare giù due pagine di descrizioni pompose e la passi liscia, ma un brutto dialogo urla vendetta, ti fa chiudere il libro e accendere la televisione»
«non capisco, non basta scrivere come si parla?»
«certo, anche se è ancora più semplice: basta ascoltare i personaggi»
«allora perché dovrebbero avere bisogno di te?»
«perché non vogliono ascoltarli, vogliono farli parlare, e fargli dire quello che gli sembra utile per il racconto»
«e questo gran lavorare, sempre che sia un lavoro, non ti stressa? Non ti rompe avere sempre in testa tutte quelle voci?»
«si, molto»
«quanto?»
«fai conto che sto parlando con te che sei entrato nella storia solo trentadue righe fa…»
«capisco. sai una cosa?»
«cosa?»
«sei malato»
P.S. il Fantaleo torna la settimana prossima.
giovedì, maggio 19, 2005
Impresentabile
Un milione di anni fa una donna mi ha detto che a dispetto di tutto e con tutto il rispetto non avrebbe rischiatto il disprezzo materno per amore di un matto comparso nel bel mezzo di un gelido inverno. Non hai censo per il mio baratto, men che meno per il mio riscatto, non sei alto come il mio monatto e il tuo dire rasenta la carne senza compiacere nessuna delle carampane che succhiano il nerbo dei talenti a rimorchio. Parole grosse.
A distanza di anni ti devo una risposta, a te e a tutti quelli che avrei voluto amici e hanno dimostrato la stessa consistenza di un manuale di storia scritto da forza itaglia.
Grazie. Grazie. Grazie.
Perché? Perché nonostante la fuffa che tento di rifilare ai pochi volatili lettori che passano di qui (e forse non oggi), causa lo spiaggiamento sul qui ed ora di non pochi talenti, nelle antologie scolastiche del 22.mo secolo finirà solo gabryella, ma già nel 23.mo la confonderanno con Marinetti, così sarà costretta ad una inascoltata precisazione.
Tuttavia, siamo qui e ora, perciò la mia fuffa scorrerà ancora copiosa e indifferente, pure in assenza di un’uscita di sicurezza proiettata nel futuro, sfiduciati anche da quelli di noi (pochi) inadeguati a leggere i cartelli che conducono all’uscita e padroni solo di contenitori d’irrazionale da seminare nei crateri dov’è troppo profondo anche per le ortiche.
mercoledì, maggio 18, 2005
slow blog
sono in ritardo con la puntata del fantaleo (venerdì?), in ritardo con la consegna di un racconto (e lungo di battute tanto da avere interi paragrafi di sole parole tronche e/o sinonimi monosillabici), in ritardo (volontario) col pagamento di tre bollette che magari non le pago e vediamo che succede.
se però si considera che tardano anche il nobel, l'oscar, un corposo 5 +1 e l'invito al costanzo show, mi sembra che siamo pari.
mercoledì, maggio 11, 2005
Sonny, Debbie e il Fantaleo
Un amore esigente nell’anno 21.004
QUARANTAQUATTRESIMA PUNTATA
Basura fu uno degli ultimi a salire sul ricognitore. Indifferente alla lite tra alcuni degli ufficiali djoseriani che infuriava nelle stive, restò a lungo appoggiato alla balaustra della rampa ripercorrendo con lo sguardo il cammino compiuto con la sua squadra nelle ultime cinque settimane. Che poi non parevano nemmeno settimane, erano la nuova epoca, il passo in avanti del tempo che restituiva alla storia le sue intime ragioni.
Basura sapeva di essere fregato, lo aveva capito con naturalezza e si stupiva che nessuno dei suoi ci fosse ancora arrivato: Nessun ufficiale della Guardia avrebbe criticato apertamente gli ordini ricevuti se avesse pensato di essere ascoltato da qualcuno in grado di andarlo a raccontare. Eppure qualcosa gli sfuggiva, non fosse altro il motivo per il quale dovevano essere tutti sacrificati di lì a poco. Non aveva risposte, non gl’importava nemmeno, provava solo gratitudine per quegli esseri giganteschi e affamati che stavano facendo sistemare dentro al ricognitore quello strano e scompagnato gruppo di uomini che aveva guidato per il mese più bello della sua vita. Lo ammazzassero pure se questo serviva alla causa; due mesi prima era uno da guardare dall’alto in basso e all’improvviso quegli stessi uomini lo chiamavano Capo Basura con deferenza. Qualcuno degli Ombo più vecchi si ricordava ancora che il suo primo nome era Xop, ma il lavoro al disgregatore di materia – quel lavoro tanto deriso quanto necessario per tutta la stramaledetta comunità – lo aveva battezzato diversamente, per tutti era diventato anche lui uno scarto. Tanto meglio.
La lite degli ufficiali djoseriani perdeva di vigore a mano a mano che l’alba si approssimava. Basura sorrise tra sé: hanno capito che le cose non vanno come dovrebbero, ma nessuno di loro ha la minima intenzione di mettersi contro Piedra de Luna o peggio ancora contro il suo Grande Capo. E perché dovrebbero? Non è forse il miglior capo che abbiano mai avuto? Per me lo è di sicuro.
Quando il nano Piedra era giunto al loro accampamento con le direttive di Graus, gli Ombo si erano incolonnati ordinatamente verso il punto di raccolta senza nemmeno un commento. Si erano limitati ad annuire e a ringraziare quell’essere tanto potente che aveva concesso loro la sua amicizia. E che amicizia! Memorabile il giorno nel quale quattro donne del suo quartiere erano state ritrovate con la testa a mollo nel torrente con la gola tagliata. Chi li aveva aiutati a vincere il panico e a dare un nome agli assassini? Chi li aveva guidati alla scomoda consapevolezza che il nemico andava legittimamente annientato prima che potesse uccidere ancora? Grazie a Piedra avevano sperimentato il sapore intenso della vera giustizia, la gratificazione di contribuire ad una guerra giusta poiché necessaria, alla definitiva pulizia del mondo, al risveglio della responsabilità individuale per la sopravvivenza dei giusti e degli innocenti. Non che lui avesse creduto a quelle fesserie: non sarebbe bastato lo choc per quattro omicidi a trasformare delle paciose nullità in assassini feroci, ma non si sarebbero nemmeno potuti spingere mentalmente ad ammazzare se non avessero avuto la fame di sangue sepolta dentro la testa.
E poi quali erano i nemici? A ben vedere avevano inseguito tutto quello che si muoveva, donne e uomini in uguale misura, giovani e vecchi. Nessuno aveva chiesto di fermarsi, di tornare a casa. Sospettava che altri stessero facendo lo stesso nel loro quartiere, ma a Basura non importava, non c’era nessuno che desiderasse salvare, nemmeno quelli che stava guidando. Nemmeno se stesso, se salvarsi avesse significato tornare al disgregatore a fare da unità di misura per il disprezzo altrui. Come accettava di essere all’improvviso diventato Capo Basura, come registrava senza meraviglia di essere l’unico ad avere avuto un moto di repulsione ad ogni uomo che aveva sgozzato, così accoglieva quello che ancora doveva accadere come la degna conclusione di un riscatto inaspettato. Tanto meglio.
Sonny fu svegliato dal richiamo telepatico del fantaleo. Uscì dalla coperta e fu subito investito dall’aria fredda dell’altopiano. Quella di Jorge era vuota.
(continua)
martedì, maggio 10, 2005
F-Day
causa inagibilità di Splinder stanotte il Fantaleo è rimasto ai box. È stato un bene, perché nel frattempo Putin dichiarava «no more war, nor hot nor cold».
Credo sia opportuno che la fiction (soprattutto quella splatter) venga somministrata a piccole dosi giornaliere per non creare eccessivi sospetti nell'opinione pubblica mondiale.
mercoledì, maggio 04, 2005
Sonny, Debbie e il Fantaleo
Un amore esigente nell’anno 21.004
QUARANTATREESIMA PUNTATA
Per prima venne la risata famelica di Rafael.
Per seconda, mentre la risata toccava il suo apice, venne il sibilo del coperchio che si aprì su di una luce accecante. Riconobbe a fatica il cielo stellato.
Infine un’ombra scivolò dentro la cassa di Debbie e la chiusura a pressione sibilò di nuovo. Sentì le labbra dell’ombra appoggiarsi al suo orecchio, il ricordo di Edwina svanì avendo assolto al compito di distrarla abbastanza da impedirle di urlare.
«Ibu Debbie, sono Setiawan Bakari, mi manda Jorge Lachenay Drummond Hukkala, non gridare, ti prego» poco più di un sussurro. Debbie sentì la mano dell’uomo posarsi con leggerezza sul bracciale che le aveva donato il piccolo grande Hukkala.
«Vuoi il bracciale?» le sembrò subito una scempiaggine, ma ormai…
«Voglio solo parlare con te per qualche minuto. Devo parlare con te Debbie, ho un messaggio di Jorge da riferirti»
«Mi sta scoppiando il cuore dalla paura, come hai fatto ad entrare?»
«Non è importante, quello che conta è il messaggio… io non lo capisco nemmeno, ma lo so a memoria»
«Aspetta. Chi mi dice che non ti ha mandato dentro Rafael? Per quello che ne so io, sei con una banda di terrestri che massacra i propri simili invece di ribellarsi. Non credo saresti…»
«Shhh, non è così che funziona Debbie. Non si tratta più di terrestri, djoseriani e tutti i popoli che ci sono fuori di qui. Adesso si tratta solo di noi o loro. Se vinciamo noi dovremo curare le ferite e i traumi mentali delle prossime due generazioni, se vincono loro non ci saranno altre generazioni. È talmente semplice che nemmeno la paura trova un posto dove nascondersi»
«Come hai fatto ad entrare?»
«Non vuoi sentire prima il messaggio?»
«No»
«Perché?»
«Perché non posso nemmeno guardarti in faccia. Voglio che tu mi convinca, altrimenti urlo finché il cuore mi scoppia sul serio»
«Abbiamo preso il comando di un gruppo di centosette persone»
«Abbiamo chi?»
«Siamo in tre, Jorge ci ha mandati nel villaggio due mesi fa. Da tre settimane li portiamo in giro per le colline della zona facendogli credere che andiamo a sgozzare i vicini per salvare i nostri figli»
«Cosa gli fate credere?»
«Jorge ci ha dato qualche lezione di controllo mentale, gli abbiamo fatto commettere almeno una decina di omicidi a testa fino ad ora»
«Bene»
«No, non va bene. Anche simulando gli uomini si mostrano per quello che sono, entrargli nella testa vuol dire anche vedergli nella testa. Spero non debba mai succederti»
«E avete imparato tutto in due mesi?»
«Lo conosci mister F.?»
«No»
«Allora tanto vale che non te ne parli. Però, per rispondere alla tua domanda, sono passati quasi tre anni da quando siamo stati scelti per fare quello che facciamo»
«Tre anni di addestramento?»
«Tre anni di addestramento e di isolamento. Non stavo così vicino a una donna da…»
«È per questo che mi stai toccando le tette?» Setiawan si ritrasse istintivamente.
«Scusa, ma finché tocco il tuo bracciale non può sentirmi pensare»
«E per chiarire meglio la cosa, come accidenti facciamo a stare qui dentro in due che fino a un attimo fa ci stavo stretta da sola?»
«Il merito è della cassa. Può deformare lo spazio interno a parità d’ingombro esterno»
«Non capisco»
«Ascolta!» La risata di Rafael tornò a vibrare attraverso le pareti. Rumore di passi e delle urla. Umane.
«Che cosa fa?»
«Uno dei nostri sarà la sua cena. Devo uscire mentre mangia, spero di non svenire»
«…»
«Adesso ascolta il messaggio: Metti in guardia Rafael contro gli Ombo. Digli che sei una veggente, a loro piace. Digli che deve arrivare al campo di notte. Per te ha senso?»
«Sto per vomitare»
(continua)
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