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venerdì, aprile 29, 2005
 

Sonny, Debbie e il Fantaleo

Un amore esigente nell’anno 21.004

QUARANTADUESIMA PUNTATA

Dov’è andata a finire Edwina?

Debbie sobbalzò nello stesso istante nel quale la domanda era riuscita a farsi largo tra i frammenti di pensiero che da ore abitavano il suo dormiveglia. Erano almeno dieci anni che non pensava più all’amica.

Edwina Marcela Zanatta era stata per molti anni solo la figlia dei vicini, una ragazzina taciturna con la quale era difficile anche scambiare un saluto. Alla fine del primo anno di università, durante il quale non si erano mai incontrate, si ritrovarono ad un seminario sulla storia della musica del novantesimo secolo, entrambe frastornate dalla folla di appassionati e competenti che sembravano essere tutti amici fra loro. Riconosciutesi al primo sguardo, nell’entusiasmo di avere trovato una faccia amica, poco mancò che si fossero abbracciate nel bel mezzo della sala. Si erano ritenute fortunate perché da quella sera e per i successivi tre anni furono l’una la migliore amica dell’altra, serbando del seminario un buonissimo ricordo, nonostante la repulsione che avrebbero provato in eterno per tutta la musica antica e in modo particolare per le percussioni idrauliche .

La malinconia del ricordo e una fitta di vergogna si scontrarono in Debbie da qualche parte tra il petto e lo stomaco: dov’è andata a finire Edwina? La voce si era sparsa nel quartiere una mattina d’estate, a casa di Edwina era morto qualcuno. Qualcuno. Non aveva nemmeno voluto sapere chi! Allora le era sembrata una cosa imbarazzante, una sua amica con un vero morto in casa! Incredibile. Non conosceva nessun altro cui fosse capitato… Non le era sembrato strano che se ne fossero andati di notte, senza salutare, senza lasciare un nuovo indirizzo. Se non si fosse trovata a rimorchio di un mezzo mostro che l’aveva appena stuprata non si sarebbe nemmeno più ricordata di Edwina e della sua famiglia. Poco ma sicuro.

Ancora vergogna. Si era mai sentito di qualcuno stuprato? Mai. Roba da seminari sulla storia antica. Mio padre riuscirebbe ancora a guardarmi in faccia? Forse non un anno fa. Forse non due mesi fa. Tuttavia Debbie sapeva di non essere l’unica, anzi, secondo le previsioni di Jorge per settimane ci sarebbero state milioni di nuove Edwine ogni giorno. Di Edwine e di Debbie.

Rafael grugnì un saluto e si fermò al centro del sentiero. Il rumore di passi cessò subito dopo.

 

«Prendici come tuoi servitori Grande Djoseriano»

«Non risparmio nemmeno l’amico, dice il Primo dei Grandi» scandì Rafael rispondendo con l’antica formula alle parole dell’uomo che sembrava guidare il gruppo.

«Saziati e comandaci, ha risposto il padre del nano Piedra de Luna» concluse l’uomo mettendosi in ginocchio e porgendo il collo a Rafael.

 

Quando gli avevano detto che lo sterminio sarebbe stato portato a termine in poche settimane grazie all’aiuto determinante degli stessi terrestri, Rafael aveva chinato il capo in segno di fede nelle profezie di Graus, ma non ci aveva creduto neanche per un secondo. Eppure aveva davanti agli occhi un gruppo di almeno cento persone, scampato chissà come alla distruzione del proprio villaggio, pronto a trasformarsi – la scansione telepatica non lasciava spazio a dubbi – nel macellaio dei propri vicini. 

 

Debbie ascoltò senza respirare lo scambio di saluti e ripensò a suo padre. Poteva essere che anche lui… non voleva pensarci. Era già troppo folle l’idea che un’intera società umana, capace di due millenni di pace assoluta, nel giro di poche settimane fosse stata capace di generare al proprio interno il numero minimo indispensabile di assassini per giungere all’auto dissoluzione e per fare del pianeta il terreno di caccia alle Erwine superstiti.

Faticava a rendersene conto, eppure sapeva di avere desiderato per un istante di morire per mano di Rafael pur di allontanare da sé la vergogna, di essere stata travolta dalla certezza di non riuscire a convivere con la ferita emotiva che la violenza subita le aveva provocato. E poi? Anche gli uomini che stavano giurando fedeltà a Rafael erano traumatizzati dalla vergogna della morte? Potevano davvero essere soltanto un gruppo di tranquille persone che come lei non erano in grado di affrontare il tabù del lutto e se la stavano dando a gambe in una qualunque direzione?

Si erano sentiti anche loro soli come Edwina?

 

(continua)

 

postato da polenta | 04:19 | commenti (4)


sabato, aprile 23, 2005
 

Polenta su Webgol

Antonio mi ha pubblicato questo. grazie.

postato da polenta | 09:21 | commenti (4)


martedì, aprile 12, 2005
 

Sonny, Debbie e il Fantaleo 

Un amore esigente nell’anno 21.004 

QUARANTUNESIMA PUNTATA 


Sonny provò a chiudere la bocca e percepì delle piccole punture alle labbra. Sorrise quando realizzò che era stato così assorto nei propri pensieri che il vento dell’altopiano gli aveva seccato anche la lingua. Jorge non ci crederebbe, borbottò cercando di schiarirsi la gola. 

Nonostante l’aggressione subita da quelle che il fantaleo chiamava le zecche assassine, Jorge li aveva costretti a riprendere subito il viaggio fin quasi al tramonto. Fortunatamente il piccolo grande Hukkala era stato più loquace del solito e durante quelle ultime ore di volo aveva rivelato a Sonny una enorme quantità di informazioni, per quanto il giovane ingegnere non avesse la capacità di valutare la portata, per non parlare della veridicità, di quanto aveva sentito. Per esempio: poteva credere che ci fosse stato un tempo in cui gli umani avevano morfologie differenti a seconda di quella che veniva impropriamente definita razza? Se pure avesse riconosciuto per vera una cosa tanto impossibile da dimostrare, era plausibile che gruppi umani geograficamente contigui avessero davvero parlato lingue diverse? Non solo, ma come accettare che tutto ciò fosse avvenuto senza che alcuno avesse scientemente provocato tali differenziazioni? E pur accettando di nuovo tutto per vero, come ricavare un utile da informazioni riferite a situazioni tanto lontane nel tempo? A questa domanda Jorge aveva sorriso e il fantaleo bonariamente ridacchiato: te lo dico solo per prepararti Sonny, era stata la risposta telepatica dei due amici. Tuttavia, prima di prepararsi Sonny doveva accettare alcuni fatti duri da digerire: il primo e più fastidioso da ingoiare era di essere stato destabilizzato sul proprio terreno, perché dover riconoscere di essere un ingegnere minerario e di avere sempre accettato la proibizione di effettuare scavi sulla Terra (se non nelle aree assegnate), gli sembrava, col senno di poi, una colpa senza scusanti. Gli era stato detto è così e lui l’aveva accettato, gli era stato detto che doveva imparare la lezione sulle miniere di Lohban e lui l’aveva fatto, gli era stato detto salta e lui aveva saltato. Provò a giustificarsi pensando che nessuno al suo posto si sarebbe comportato diversamente, a ben guardare riusciva a ricordare a malapena i nomi degli ultimi tre Reggenti delle province dell’occidentalia, ma non ne era più così sicuro. Aveva ancora senso credere che la vita sulla terra fosse cominciata per l’uomo con lo sbarco dei primi coloni ventunomila anni prima? Fino a che punto la convinzione che nessuna conoscenza è negata, in tempi di grande progresso e di totale dominio sulla natura, aveva fatto agio sulla verità? Perché nessuno chiedeva dove andavano le persone al compimento del loro trecentoquindicesimo compleanno? Se in passato avesse voluto, sarebbe stato in grado di arrivare da solo fino alla Mandelia? Avrebbe davvero trovato tracce di insediamenti umani di cento o duecentomila anni prima, come sosteneva Hukkala? E ancora, se la strage degli animali aveva tolto dalla faccia del pianeta qualunque specie, quanti esemplari avevano portato con loro i coloni e quanti ne avevano trovati qui? Che rapporti si erano stabiliti tra la fauna aliena e quella terrestre? 

Domande, solo domande. Nemmeno Jorge sarebbe mai stato in grado di rispondere a tutto, ma che dire del fantaleo? Ci sarebbe mai stato un momento nel quale interrogarlo su tutto quello che era depositato nella sua memoria? 


Secca, come le folate di quel vento che lo stava congelando, gli si parò davanti il pensiero di Debbie. Sonny si coprì il viso con le mani e si chiese come poteva pensarla così poco, nonostante fosse da lei che stavano volando da quasi una settimana. Il pensiero ne suscitò un altro e ficcò la mano in tasca cavandone il composto che il fantaleo gli aveva dato prima di imboccare la stretta gola del Corvo Azzurro; bastò lasciarlo cadere sull’erba bassa per essere costretto a fare rapidamente i conti con la realtà: erano stati davvero il Dervolah prima e il composto poi a mantenere basso il profilo del suo vero sentimento… oppure… oppure poteva in qualche modo ritenere che essi ne svelassero solo la sostanziale inconsistenza? Non avrebbe saputo dirlo perché in quello stato d’animo gli era del tutto indifferente.  


In seguito non seppe spiegarsi perché diventò improvvisamente urgente, ma lo fece prima di poterci ripensare: si alzò in piedi reprimendo un grugnito per i crampi che gli azzannarono le gambe e lanciò in bello stile verso il buio. 

Il composto del fantaleo passò il resto della propria esistenza a rasserenare una macchia di rododendri.


(continua) 


postato da polenta | 02:56 | commenti (6)


lunedì, aprile 11, 2005
 

prossimamente

dopo una settimana di pausa, un po' doverosa, un po' perché delle volte capita, da domani (o dopodomani) ritorna il fantaleo.  Un po' come i tafferugli all'Olimpico dopo una settimana di esemplare ecumenicità. Se poi dovesse succedere che non ci si legge comunque, è perché dopo avere implorato in ginocchio per settimane Antonio Sofi, riuscendo infine a strappargli la promessa di pubblicare un mio pezzo su Webgol, adesso mi trovo nella necessità di inventarmi qualcosa da spedirgli. È che non mi aspettavo che accettasse...

postato da polenta | 10:50 | commenti (6)