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mercoledì, marzo 30, 2005
 

Sonny, Debbie e il Fantaleo 

Un amore esigente nell’anno 21.004 

QUARANTESIMA PUNTATA 

 

Piedra de Luna non tentò nemmeno di scansarsi. La mano che Graus Rivält Duur aveva fino a quel momento proteso nell’aria davanti a sé, coppa nella quale stava per riversarsi il sangue dolcissimo dei suoi più pericolosi nemici, tagliò l’aria che il suo ruggito rabbioso aveva appena violato e si abbatté sul volto deforme del secolare servitore. 

Non fu tanto il dolore quanto lo stupore. Era successo innumerevoli volte di essere colpito, oh certo che era successo, ma mai con tanta senile mollezza, mai con l’evidente preannuncio dell’intenzione. Piedra de Luna deglutì e s’impose di dirigere il pensiero altrove, magari proprio alle alture dove di certo il nemico era stato, se non sconfitto, di sicuro almeno decimato.   

 

Graus Rivält Duur si coprì distrattamente il dorso della mano destra con il palmo della sinistra, il dolore era debole, inibito dai resti poderosi della sua volontà, ma c’era. Il contatto fu ancora più sconfortante, impietoso: l’ampia ferita, che pure si andava rapidamente rimarginando, sanguinava e boccheggiava come uno dei tanti esseri insignificanti che aveva strangolato nella sua vita millenaria. Ne aveva per due, forse tre mesi, ma a quali condizioni? Chi sarebbe stato il primo a farsi avanti per saggiare la consistenza del suo cadavere? Avrebbero aspettato tanto? Credeva di no, lui non l’avrebbe fatto. Sarebbe stato in grado di respingerli? Sulle prime sì, ma a uno a uno quelli della sua guardia personale ci avrebbero provato tutti, nessuno escluso. Alcuni di loro avevano già toccato il pensiero, ma se ne erano ritratti con terrore, tornando ad essere più sottomessi di prima. E ora che il piano era fallito? Adesso che l’immagine era sparita tanto rapidamente da non lasciare spazio alla minima speranza di successo delle sue amate bevisangue? Poteva ancora circondarsi di quella marmaglia ambiziosa? No, mai. 

«Piedra» 

«Sono qui» 

«Domani voglio qui tutti gli ufficiali della mia Guardia» 

«Certo Signore» 

«E duecento della genia Ombo» 

«Domani Signore?» 

«Domani» 

«Dovremo togliere dal terreno un ricognitore, Signore» 

«Dovrai toglierne due, ne voglio altrettanti all’ingresso e all’uscita della valle.» 

«Sì Signore, dovremo formare nuovi ufficiali, ritengo» 

«Pochi, stavolta pochi, in guerra il grado dev’essere un desiderio che distoglie da desideri maggiori» 

«Chi sarà destinato a guidare la nuova guardia?» 

«L’ultimo, come sempre» 

«Stelhanzer, allora» 

«Uhm» 

«Per quanto, Signore, mi sembri il più affamato» 

«Servirà allo scopo. Quando avrà finito con gli Ombo, uccidi anche lui. Te lo regalo» 

«Non chiedo di meglio, Signore»


Piedra si allontanò caracollando verso l’accampamento delle staffette. Per primi doveva riunire gli Ombo nei loro tre campi base. Per fare questo fece alzare in volo quattro Nimlar con un’autonomia purtroppo limitata ad un raggio di cinquanta, forse settanta chilometri. Maledì la fretta con la quale avevano distrutto quasi tutti i mezzi di trasporto che erano passati loro a tiro nelle prime tre settimane dell’invasione. Dov’erano i mezzi per potenziare i ricognitori? L’idea di una decadenza irreversibile gli tolse il fiato per qualche momento. 

Coordinare i ricognitori fu più semplice, dal momento che almeno avevano ripristinato i valvavox. Che faccia avrebbe fatto il piccolo rinnegato se lo avesse saputo? Ah! Sperava di poterglielo dire di persona, magari un attimo prima di succhiargli gli occhi dalle orbite… 

Per ultima tenne la parte più piacevole del suo compito: passare da un accampamento all’altro dei centoventi ufficiali della Guardia ad annunciare l’adunata del mattino seguente, nella quale il loro Signore avrebbe annunciato un’importante vittoria e assegnato a ciascuno tante regioni di sterminio quante ne erano state loro promesse. 

Era pronto a scommettere che nessuno quella notte avrebbe sospettato la verità e tentato di fuggire. 

Fu solo molto più tardi che si chiese se anche la sua vita fosse in pericolo. 

Incapace di negare, rinunciò a dormire.  

 

(continua) 

 

postato da polenta | 01:24 | commenti (12)


martedì, marzo 22, 2005
 
 

Sonny, Debbie e il Fantaleo
Un amore esigente nell’anno 21.004
TRENTANOVESIMA PUNTATA

Graus Rivält Duur sentì il sapore del sangue tre secondi dopo. Tre secondi soltanto per sentire quello che accadeva dalla parte opposta del pianeta, tre secondi per sentire che l’ultimo ostacolo stava per essere rimosso per sempre, tre meravigliosi secondi. Non fosse stato per quell’ondata improvvisa di dolore acutissimo, avrebbe preso personalmente il controllo dell’azione, ma non era riuscito a resistere, non fu in grado di negarsi un piacere sublime, esaltato com’era dal compiacimento. E fu un errore.

Il fantaleo si liberò del cesto non appena sentì di essere completamente immerso. Fece una virata stretta e puntò dritto sull’uomo, disinteressandosi degli altri passeggeri i quali, dal canto loro, cominciarono immediatamente ad annegare nelle acque gelide e profonde del lago. L’uomo non lo vide arrivare, non riusciva nemmeno a percepire il freddo o la mancanza d’aria, ma udì, come tutti gli altri, il verso poderoso che il fantaleo emise a pochi centimetri dalla sua faccia, seguito da un colpo che gli parve uno schiaffo. Poi una carezza. Si addormentò all’istante.

 Debbie lottava da ore contro una sonnolenza feroce. I suoi propositi di rimanere sveglia più a lungo del proprio rapitore, naufragavano di continuo grazie all’assenza di dolore indotta dal bracciale di Jorge e al movimento ritmico della cassa dentro alla quale veniva portata sempre più lontana dal rifugio. Ad un tratto un incubo pervase i pensieri confusi del dormiveglia: stava per annegare. Si tirò istintivamente a sedere e picchiò con violenza la fronte sul coperchio della cassa. Cominciò a tossire.

 Jorge fu l’unico a non perdere conoscenza e fu anche l’unico che avrebbe potuto salvarsi da solo. Forse. O forse no, perché fu solo dopo che vide il fantaleo sputare la biogelina sul volto dell’uomo che cominciò a capire. E capire non lo fece stare bene, anzi, si maledì nel constatare con quanta presunzione avesse ritenuto di essere al sicuro tra quelle montagne, quanto stupido fosse stato a concentrarsi sulla propria dose di dervolah cullando l’idea di essere un pezzo grosso, invece che la semplice corsia su cui la storia stava muovendo pochi passi dei milioni che ancora doveva compiere.

 Sonny aprì gli occhi non appena giunto a riva. Si toccò gli abiti, le mani, i capelli. Asciutto. Poi vide la sagoma del fantaleo come attraverso una lente molle. Allungò le braccia e si rese conto di essere all’interno di una membrana trasparente. Valutò l’ipotesi di essere già morto. Anche gli altri stavano tornando a riva dentro a bolle simili alla sua, sospinti dal muso del fantaleo. Vide le creature tornare come una compatta nuvola nera. Piombarono sul gruppo avvolgendo in breve le bolle fino a ricoprirle interamente. Sonny non potè evitare di scorgere le piccole bocche che azzannavano la superficie degli involucri. Fu brevissimo, poi un suono più acuto del precedente fece esplodere le bolle e Sonny si ritrovò finalmente libero. Le creature caddero all’unisono sul terreno agitandosi per pochi istanti prima di dissolversi nell’erba calda di sole.

 Graus Rivält Duur non riusciva a credere a ciò che i suoi sensi continuavano a confermargli: aveva perso il contatto con le sue creature. Al piacere si era sovrapposto il freddo, poi il silenzio. Poi un nuovo attacco e ancora il nulla. Com’era possibile? Come avevano potuto reagire così in fretta? No, non in fretta, aveva concesso loro tre secondi di troppo, maledetti, maledetti, maledetti… Li aveva tutti in pugno e aveva fallito, ma come?

 Il fantaleo decise avrebbe parlato con il piccolo grande Hukkala prima di riprendere il viaggio, del resto non aveva altri espedienti tanto efficaci quanto le bolle Guaniane.

 (continua)

postato da polenta | 02:27 | commenti (11)


mercoledì, marzo 16, 2005
 

Sonny, Debbie e il Fantaleo 

Un amore esigente nell’anno 21.004 

TRENTOTTESIMA PUNTATA 

 

Il fantaleo risalì la valle del Corvo Azzurro lentamente. Non era preoccupato per i suoi passeggeri, era sicuro di avere modificato a dovere le palline d’erba masticata. Dato il persistente mutismo del padre e del figlio, i due che si erano aggregati all’ultimo, si era cautelato imponendo loro una doppia dose. Chi rischiava in assoluto di più era invece Jorge. Era la sua prima volta nella ridondanza e il fantaleo temeva che il giovane vecchio Hukkala si stesse sopravvalutando. 

Impiegò un’ora per coprire il dislivello di mille metri fino al primo altopiano. Non sapeva perché avesse mantenuto il suo piccolo segreto, dal momento che aveva impiegato solo qualche secondo a settare il proprio sistema nervoso, riuscendo ad escludere il disturbo senza la minima difficoltà, tuttavia non aveva mai trascurato il puro istinto animale che sopravviveva intatto nel suo animo. Tacere tuttavia significava tacere con Jorge e questo gli sembrava ingiusto e sleale. Sì, sì, sì… uhm… Eppure le sue proiezioni deterministiche affermavano che se qualcosa d’importante fosse dovuto andare storto, si sarebbe verificato con ogni probabilità proprio sopra le montagne. Era credibile l’ipotesi di un Jorge improvvisamente ostile? E l’incredulità che gli provocava quello sgradevole sapore di vergogna, non era forse una presunzione irresponsabile?. Decise che ne avrebbero parlato alla prima sosta, se non avesse potuto contare sulla lealtà del suo unico amico, che mondo avrebbe mai contribuito a salvare? 

Graus Rivält Duur, chino sul prigioniero cui stava asportando sottili lembi di pelle, si fermò all’improvviso e piegò la testa di lato, come se avesse udito un rumore fuori dalla tenda. Rimase immobile per alcuni secondi, poi si alzò lentamente, gli occhi fissi verso l’ingresso. 

«Questo è tuo ragazzino» disse senza rivolgersi direttamente a Stelhanzer. 

Non capitava spesso che i prigionieri venissero lasciati vivi agli uomini della Guardia, meno che mai all’ultimo arrivato, ma nessuno sollevò nemmeno lo sguardo da terra. 

Graus uscì seguito da Piedra de Luna, nel buio aspirò a pieni polmoni l’odore della sera e tossì. Le cose non potevano andare meglio, il successo era ormai certo, entro pochi giorni anche la tosse sarebbe stata un ricordo, anzi, entro pochi giorni l’idea stessa della morte sarebbe stata un pensiero secondario da far scivolare fuori dalla mente. Si permise un secondo profondo respiro. Non era nel suo costume sottovalutare gli avversari, ma tutto stava andando proprio come doveva: i suoi nemici si erano riuniti, erano andati nella direzione giusta, avevano imboccato l’unica via ovvia per chi intendesse sorvolare quelle maledette montagne e per un po’ si sarebbero sentiti al sicuro. Miserabili… Sarebbe morto anche quell’indisponente, ridicolo animale? Probabilmente sì, ma nel caso contrario non avrebbe potuto fare altro che scoprirsi e prestare il fianco, finalmente, alla più totale e devastante follia. Non si trattava di ucciderlo, ma di spegnerlo. Sul volto di Graus comparve un ghigno. Come potevano essere così stupidi da credere di essere gli unici depositari delle leggi sulla prevedibilità deterministica? Come ritenevano di poter sfuggire alla morte rifugiandosi su quelle quattro patetiche montagne che lui aveva ordinato di azzerare? Eppure non erano all’oscuro delle quattro leggi fondamentali sul comportamento del pianeta, come potevano avere ignorato che i proiettili migliori li porta il vento? 

Graus sa che percepirà l’eco del loro orrore quando comincerà il banchetto cui sono invitati, così si siede e aspetta. Le urla del prigioniero nelle mani di Stelhanzer sono la melodia che favorisce la sua trance. Bravi ragazzi. 

 

Dopo alcuni secoli la natura si era ripresa i resti delle montagne. Sonny era tanto sbalordito dalla bellezza del paesaggio che per ore dimenticò l’angoscia che tanto l’aveva preoccupato quella stessa mattina. I suoi occhi erano affamati e la meraviglia non placava il desiderio, tutto gli sembrava talmente vero che salvare un luogo, quel luogo, valeva per lui quanto salvare milioni di vite. Sperò con tutto se stesso di sopravvivere alla missione per poterci tornare in futuro, e magari rimanerci a lungo. 

Il fantaleo vide la propria immagine riflessa dalle acque profonde del piccolo lago che stava sorvolando solo per prolungare le ondate di piacere che gli giungevano da Sonny. Lo sguardo che l’acqua gli restituiva aveva perso da tempo la verginità percettiva del giovane ingegnere e se ne rammaricò. 

Le urla dell’uomo lo colsero di sorpresa, rallentò e volse lo sguardo all’indietro solo per essere certo di ciò che aveva già percepito: centinaia di piccoli insetti gli stavano mangiando la faccia. 

Jorge vide il sangue colare da sotto la maschera brunastra che avvolgeva il viso dell’uomo e si spostò nella sua direzione senza avere la minima idea sul da farsi. 

La brusca virata del fantaleo lo sbilanciò e cadde all’indietro. 

Un attimo dopo stava guardando la superficie trasparente del lago allontanarsi un metro dopo l’altro sopra la sua testa.


(continua)


postato da polenta | 01:46 | commenti (6)


sabato, marzo 12, 2005
 

il tempo che ho
cliccare sul titolo per trovare un senso al post

penso al tempo che ho e, complice il recente bilancio post compleanno, mi viene in mente solo il tempo che mi resta. Di suo non è un pensiero drammatico, si tratta piuttosto di un orizzonte che si è ristretto. Ho fatto tutto tardi perché in fondo al cuore credevo di avere un sacco di tempo a disposizione, inutile che vi dica che avevo torto. E adesso? Adesso va che comincia a diventare pesante anche rubare il tempo. Il fisico scricchiola a passare troppe notti a scrivere, non bastano alla famiglia trentasei ore di week end, non bastano al lavoro sessanta ore a settimana. E intanto il tassametro corre e se i numeri non girassero tanto veloci scoprirei che a fine corsa l'importo totalizzato è zero. Vale la pena di tirarle queste somme? Se tutto scorre, che senso ha sprecare altro tempo prezioso a giudicare il tempo già perso? Ammetto che mi dibatto nell'indecisione, non so quale sia l'atteggiamento migliore, non ce la faccio a decidere adesso, tra cinque minuti devo aprire il negozio e ricominciare le repliche. E alle otto cominciano le mie trentasei ore di week end, così magari mi riposo.
Facciamo che ci penso da lunedì.

postato da polenta | 15:50 | commenti (4)


mercoledì, marzo 09, 2005
 

Sonny, Debbie e il Fantaleo

Un amore esigente nell’anno 21.004 

TRENTASETTESIMA PUNTATA

 

Avevano puntato alle montagne per due giorni e finalmente i prati delle prime colline erano lì sotto i loro piedi. Per quanto la missione fosse ben lungi dall’essere conclusa, arrivare ad un passo dal canalone che fendeva il lato sud della catena montuosa conosciuta come la Pianura dei Santi era, per dirla con i djoseriani, tanto eccezionale quanto portare a punto tutti e sessanta i giocatori in una partita di Maddridge. 

Jorge svegliò per prima Victoria Alma Bonnard. La ragazza scese dal fantaleo e lo raggiunse trascinando i piedi, ancora mezza assonnata. 

«Sembra che tu mi abbia salvato appena in tempo» disse Victoria sbadigliando. 

«Spero che sia così per tutti, e spero che basti Alma, perché dovrete cavarvela a lungo da soli…» rispose il piccolo grande Hukkala. 

«Da soli? Vuoi dire che ci mollate qui?» 

«Oh no, no di certo. Però non potremo più sostenervi con il Dervolah per parecchio tempo» 

«Ah… Beh, se vuoi sapere che cosa ne penso, dico che non ce la faremo Jorge, tanto valeva lasciarci dove ci avete trovati» Victoria adesso era completamente sveglia. 

«Io e Sonny abbiamo preparato questi, credo siano la soluzione migliore date le circostanze» 

«Che cosa dovrebbero essere? Puzzano parecchio. Sembrano uova…» rispose la ragazza chinandosi a osservare i piccoli involucri che Jorge aveva appoggiato sulla coperta. 

«Sono erbe, scelte e modificate dal fantaleo nelle ultime due ore. Dice che terranno l’angoscia sotto una soglia accettabile» 

«Come ha fatto a modificarle?» 

«Le ha… masticate» 

«E?» 

«E io le ho strizzate e messe al sole così che possiate tenerle in tasca senza troppe conseguenze sgradevoli. Sonny le ha tenute d’occhio per evitare che rotolassero a valle…» 

«Masticate e sputate? Tutto qui?» L’odore delle uova era via via più penetrante. 

«Masticate e sputate, però non le ha sputate dalla bocca, mia cara» Sonny era sbucato alle loro spalle facendoli sobbalzare. 

«Sonny…» 

«Scusa Jorge, ma secondo me in un paio d’ore quella roba rivelerà la nostra presenza anche fuori dal sistema solare… 

«Non possiamo fare diversamente» 

«Non mi piace, ma faremo a modo tuo» disse Victoria Alma. 

«Un momento scusa, ma vorrei sapere perché non possiamo continuare come abbiamo fatto finora» Sonny era già abbastanza nauseato dall’odore dello sterco di fantaleo. 

«Alma, ti presento il Signor Perché, Campione Planetario di Ostilità e…» 

«Tu lo sai che non m’importa di restare indietro, se questo serve al nostro scopo, però non dispiacerebbe neanche a me saperlo…» disse la ragazza grattandosi la mano da sopra la benda. 

«Bah, immagino che faccio prima io a dirvelo che voi a darmi retta. Queste montagne sono state abitate da quelli che per tradizione chiamiamo i Santi. E non è solo un modo di dire, i Santi sono esistiti davvero ed erano un popolo che praticava una forma raffinatissima di telepatia. La praticava molto prima che i djoseriani riuscissero ad ottenerla per via chimica. Non furono molti quelli fra loro che sopravvissero alla distruzione di tutta la catena montuosa, ma quei pochi dedicarono il resto della loro esistenza a creare dei punti di ridondanza tali da coprire questa regione per intero. Questo a voi non dice assolutamente nulla, lo so, e del resto la ridondanza è innocua per un terrestre, ma riuscirebbe a devastare la mente di un telepata in pochi minuti» 

«Tu e il fantaleo…» 

«Esatto. Da un lato sappiamo di essere al sicuro perché nessun djoseriano, con o senza ricognitori, potrà inseguirci una volta che avremo imboccato il canale del Corvo Azzurro, ma dall’altro io e il fantaleo dovremo usare tutte le nostre forze per proteggerci dalla ridondanza» 

«Jorge, l’ultima volta che hai staccato la spina del Dervolah dal mio cervello… stavo per strapparmi la faccia dalla disperazione…» 

«Per questo abbiamo le qui presenti uova di fantaleo. Fidati. E adesso dammi una mano, aiuta Clara Akiko a scendere dal fantaleo, te ne prego» Jorge guardò Sonny che si allontanava senza entusiasmo. 

«Sei certo di quello che hai detto? Basterà?» 

«Non lo so» 

«Non sarà una di quelle cose dove alla fine conta solo la fede?» 

«Spero di no Alma, spero di no. Conoscendo Sonny mi auguro che il fantaleo abbia fatto qualcosa di più di una puzza mistica»  

 

(continua)

postato da polenta | 02:43 | commenti (5)


martedì, marzo 01, 2005
 

Sonny, Debbie e il Fantaleo

Un amore esigente nell’anno 21.004

TRENTASEIESIMA PUNTATA

Una domanda che a Sonny era venuta tardi e che si pentiva di non essersi risparmiato per un’occasione migliore, era quella sul capo dei cattivi. L’unica cosa che auguro a tutti noi – aveva detto Jorge – è di non cadere vivi in mano sua. E allora? Non era nemmeno riuscito a sapere se si trattasse di un lui o di una lei, ma soltanto che non erano più di uno. La cosa in un certo senso a Sonny faceva meno paura che se avesse saputo che erano in molti a comandare, poiché istintivamente pensava che un’organizzazione incardinata su di un solo uomo fosse più vulnerabile e più facilmente sovvertibile di una fondata su di un gruppo. Non era questo che aveva studiato nei corsi di Storia Terrestre? Tuttavia Jorge aveva glissato per una serie di ottime ragioni, tutte riconducibili ad una principale: non c’è luogo abbastanza lontano in cui fuggire se sai che il tuo nemico non può essere ucciso.


Graus Rivält Duur, noto tra i djoseriani semplicemente come Lui, era l’immagine stessa del furore più puro. Alcuni degli ufficiali che componevano la sua guardia personale erano terrorizzati come mai lo erano stati nella loro vita. Il massacro di prigionieri, cui assistevano da giorni come semplici spettatori, non faceva che sommare frustrazione alla paura. C’erano dei momenti in cui Stelhanzer, l’ultimo arrivato tra i prescelti a scortare il capo, si sarebbe gettato a terra a leccare il sangue dal pavimento.

Il motivo del furore di Graus Rivält Duur era ignoto ai suoi uomini, ma non a Piedra de Luna, eletto secoli prima suo Unico Testimone Vivente. Tuttavia nemmeno Piedra sapeva tutto, aveva solo più occasioni degli uomini della Guardia – che non potevano ricoprire l’incarico per più di un anno – di notare il progressivo deterioramento dell’essere supremo che gli aveva fatto dono di un’apparente immortalità. Quanto fosse vicino al vero Piedra non lo immaginava neppure, sapeva soltanto che negli ultimi cento anni la coriacea pelle di Lui era andata facendosi sempre più sottile e biancastra, gli occhi più acquosi e ipersensibili alla luce violenta, la voce profonda sempre più ruvida. Piedra sapeva anche che una parte della rabbia di Lui dipendeva dall’avere fino a quel momento mancato la cattura dell’uomo guidato da Hukkala il Traditore, ma sapevano entrambi che si trattava di una pura questione di tempo. Nonostante quelle maledette montagne.

Per i djoseriani Lui era ancora più potente di suo padre, gli attribuivano una sorta di natura ultraterrena e questo aveva reso più semplice convincere la maggior parte dei suoi – non solo quelli del partito della Verità della Storia - a seguirlo.


Graus Rivält Duur si sedette sul lato più oscuro del grande capanno che si era fatto costruire due settimane addietro e bestemmiò in una lingua che era incomprensibile anche a Piedra. Da dove stavano gli uomini della Guardia, sul lato opposto del capanno, si scorgevano di tanto in tanto i suoi occhi gialli che scrutavano nel buio. Graus sapeva di non avere ancora molto da vivere poiché non c’era stato alcun padre cui succedere. Vi era sempre stato un unico Graus Rivält Duur, fin dai tempi della Rivolta Neoliberista, fino dal tempo in cui aveva scoperto quanto fossero progrediti gli studi sulla longevità degli orientaliani. Ed era fantastica la prospettiva di riuscire finalmente a trasformare, seppure a duemila anni di distanza, l’eccezionalità di un evento casuale nella certezza di un’autentica immortalità. Graus non credeva al destino, non credeva nemmeno all’esattezza delle Leggi sulla Prevedibilità Deterministica di cui gli avevano parlato, del resto che senso aveva parlare dell’evoluzione possibile degli eventi, quando gli eventi potevano essere controllati e determinati? Aveva forse qualche possibilità il tizio che Hukkala e il Fantaleo ritenevano essere la loro ultima risorsa? Balle. Ne aveva molte di più lui a trovare il sito giusto, quello in cui aveva nascosto il suo segreto più prezioso insieme alle armi che tutti – dentro, ma soprattutto fuori dalla Terra – temevano.

Balle.

C’era di meglio, molto di meglio.

(continua)

postato da polenta | 02:35 | commenti (7)