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giovedì, febbraio 24, 2005
 

Sonny, Debbie e il Fantaleo

Un amore esigente nell’anno 21.004

TRENTACINQUESIMA PUNTATA 

Erano in volo già un’ora prima dell’alba, Jorge e Sonny ai loro posti consueti e subito dietro quello che Sonny aveva ribattezzato mentalmente come il carico d’inquietudine.

Dentro ad una specie di cesto gigante, ancorato alla parte centrale del dorso del fantaleo, se ne stavano rannicchiati – così almeno li immaginava il giovane ingegnere minerario – quattro persone che negli ultimi giorni sembrava non avessero fatto altro che scampare a morte certa. Oltre alle due giovani donne sopravvissute al massacro di base nord, c’erano un uomo e un bambino, padre e figlio, il cui villaggio era stato sterminato mentre i due erano fuori a pesca.

Quello che aveva inquietato di più Sonny era stato lo sguardo della ragazza con la mano ferita. A quanto pareva anche Jorge non era rimasto insensibile alla furia che traboccava dagli occhi della giovane, soprattutto quando le aveva cambiato la medicazione e cicatrizzato i lembi di un foro quasi perfetto sul palmo destro. Era anche l’unica dei quattro di cui conoscesse il nome: Victoria Alma Bonnard.

Victoria aveva chiesto di viaggiare seduta in mezzo a loro, ma Jorge era stato irremovibile. Disse di non avere abbastanza Dervolah per tutti. La ragazza aveva rifiutato con uno sbuffo l’aiuto mentale che le veniva offerto, ma alla fine cedette controvoglia e aiutò la compagna e gli altri due – che erano i più incapaci di reagire allo choc - a prendere posto nel cesto. Una volta che furono tutti e quattro seduti, dalla pelle del cyber animale si levò un fumo biancastro, simile a vapore, che penetrò la trama di fibre naturali del cesto che a poco a poco si ripiegò su se stesso riducendo l’imboccatura superiore ad una fessura.

«Che cosa gli stai facendo?»

«Li faccio dormire» aveva risposto Jorge

Mentre il sole faceva capolino alla loro destra e il fantaleo volava dritto, ancora!, verso nord, Sonny cercò di rimettere insieme i pezzi di quanto Jorge gli aveva rivelato. Nella partita con i djoseriani partivano avvantaggiati poiché sapevano quale era il sito con la tecnologia in grado di destabilizzare una buona porzione di universo. Per contro i djoseriani erano in tanti, armati, dotati di una rudimentale aviazione e soprattutto determinati a liberare la Terra dal peso di tutti i suoi residenti. Era abbastanza per dichiararsi vinti in partenza? No, c’era dell’altro: per rendersi le cose più difficili, su questo era sicuro che Jorge non avrebbe ammesso deroghe, si erano anche votati alla non violenza. Su questo punto Sonny aveva cercato di aprire la questione, ma il piccolo grande Hukkala aveva ribattuto che per dare una possibilità alle leggi sulla prevedibilità deterministica di inverarsi, non avrebbero dovuto per nessun motivo provocare la morte di un loro simile.

Per una volta la gigantesca insegna della menzogna si era illuminata sulla fronte di Jorge. Perfino Sonny era stato in grado di vederla. Riusciva anche ad immaginarsi che fosse stato proprio il coraggioso ragazzo settantenne a porre la non violenza come unica condizione per seguire il fantaleo. Eppure per una volta Sonny aveva taciuto, e nel tacere era riuscito ad ammirare ancora di più il suo compagno di viaggio.

Un profondo sì, sì sì, del fantaleo lo scosse dalle sue assonnate riflessioni giusto in tempo per ammirare le montagne all’orizzonte. Non sapeva esistessero montagne così imponenti in quella parte del mondo.

«Non farti abbindolare» disse Jorge

«Da che cosa?»

«Quella che vedi è la Pianura dei Santi»

«E quella cos’è, merda di crecaliano?» rispose Sonny indicando i massicci ormai vicini.

«Fattelo raccontare dal fantaleo. Fatti dire cos’era la catena degli altipiani orientaliani prima che la Rivolta Neoliberista arrivasse da queste parti»

«Dimmelo tu!»

«Nessuna delle cime che vedi supera i duemila metri, ma prima ce n’era più di una che superava gli ottomila…»

«Non ci credo»

«Oh, oh, oh, sei un uomo difficile Sonny Alvise Tessaro, sì, sì, sì, uhm…»

(continua)

postato da polenta | 02:52 | commenti (4)


mercoledì, febbraio 23, 2005
 

di 24 in 24


causa oscuro virus polentofago la pubblicazione della 35.ma puntata del fantaleo slitta di 24 ore. Tale rimarchevole ritardo ha provocato un attacco isterico al mio agente letterario, un travaso di bile al mio editore e acidità di stomaco al mio broker. Solo per questo ho dovuto rinchiuderli nella mia nuova panic room insieme al mio amico Harvey, a Provolino e alla Mucca Carolina. È triste doverlo constatare, ma nessuno di loro si era dimostrato minimamente preoccupato dell’eventualità che il fantaleo potesse essere contagiato durante la stesura del nuovo capitolo. Come si fa a non preoccuparsi dell’equilibrio intestinale di una bestia di 18 metri che sa volare?

Saluti.

postato da polenta | 00:40 | commenti (2)


mercoledì, febbraio 16, 2005
 

Sonny, Debbie e il Fantaleo

Un amore esigente nell’anno 21.004

TRENTAQUATTRESIMA PUNTATA 

Debbie rinvenne al buio, le braccia incrociate sul petto. Stette immobile per un momento supina, gli occhi spalancati verso il nero che la circondava, incapace di attribuire significato al movimento ondulatorio che veniva dal basso. Alzò le mani con cautela per esplorare quello spazio incomprensibile e subito incontrò un ostacolo, una spanna sopra di lei. Sfiorò la superficie irregolare fino a trovare due spigoli, pareti… un sobbalzo, un altro, un mugugno. Ci volle un secondo ancora per immaginare che Rafael la stesse portando lontano dalla casa in cui Jorge l’aveva stupido Jorge! lasciata sola credendola al sicuro. E Rafael mi crede morta! Paura. Terrore puro. Che cosa possono fare di te se ti credono morta? Qualunque cosa. Paura. L’impulso di cominciare a picchiare, scalciare, urlare, spaccare tutto o almeno rivedere la luce, almeno quello. Pensa pensa pensa. Prova prima a spingere, se è un coperchio si toglie o si solleva o…

Debbie appoggiò il palmo della mano alle assi, ma prima che il pensiero spingi trovasse il principio dell’azione, il dolore le penetrò dalla mano al polso, su fino al gomito poi alla spalla e da lì al cervello senza passare dal collo, segando tempie e fronte, denti e occhi. Poi la ferita alla mano cominciò a pulsare, feroce, vorace della sua sofferenza. Probabilmente fu quel dolore a spostare sullo sfondo dei suoi pensieri il terrore di essere rapita da Rafael, trafugata come un cadavere.

Pensa, provò a ripetersi, ma il dolore pretese del tempo per diventare accettabile, nessuna posizione sembrava neutrale, sopportabile. Eppure appena sveglia non aveva sentito subito le fitte che provava ora. Provò ad incrociare le braccia sul petto e la mano tacque d’incanto. Il sollievo immediato lasciò spazio allo stupore: come? Con la mano sana sollevò l’altra e le pulsazioni dolorose ripresero. Si tastò finché arrivò al taschino della camicia. Non ricordava di avere avuto una camicia, ma nemmeno sapeva come potesse essere il telo che le avvolgeva le gambe. Appena riuscì ad afferrare la cosa che se ne stava sul fondo del taschino seppe cos’era: il bracciale di Jorge. Era sicura di averlo lasciato sulla poltrona, che cosa aveva in mente Rafael? Troppe domande e nessuna risposta. Infilò il bracciale sulle dita della mano ferita. Il dolore sparì di nuovo.

Dove stiamo andando? Siamo in piano, quindi l’unica direzione in piano è l’ovest. Non molto lontani dalla casa, perché verso ovest si comincia a salire dopo meno di cinque chilometri.

Rafael sa che sono sveglia? Probabilmente no, il bracciale dovrebbe impedirgli di sapere se ci sono dentro io o sta tirando una bara vuota. Perché?

Rafael camminava piegato in avanti, le braccia ciondoloni, lo sguardo fisso sul sole che tramontava dietro le alture che avrebbe raggiunto prima di sera. L’altro capo della corda che si era legato in vita, era fissato sul porta carichi che aveva rimesso in funzione solo un giorno prima. Quel maledetto affare non funzionava da secoli e doveva ritenersi fortunato se i magneti che lo tenevano sollevato di una spanna da terra reggevano ancora. Per la propulsione e la teleguida invece non c’era più nulla da fare, così era costretto a trainarlo, e con fatica, dal momento che non c’era modo di impedire agli stabilizzatori di cercare lo stato di quiete.

Quelli che Debbie pensava fossero scossoni dovuti al movimento su un terreno irregolare, erano in realtà gli strappi che Rafael doveva continuare a produrre per smuovere il suo traino.

Però alla fine qualcuno dovrà spiegarmi perché non deve morire, non ascolterò, la ucciderò lo stesso. Uhm, sì che lo farò e non voglio nemmeno avere fretta, no, la voglio spaccare in due, vederla morire un pezzo per volta, ma lo voglio fare io. Anche adesso… no, non subito, adesso è carne Sua, ma non per sempre, non per sempre…

Rafael ripeteva tra sé e sé queste frasi come una preghiera, una litania ossessiva che lo aiutava a vincere il senso di profonda debolezza che provava: era sincero nei suoi propositi di tortura e d’omicidio, li considerava allo stesso tempo un diritto, un dovere e il suo massimo piacere, eppure non riusciva ad opporre alcuna resistenza alla forza che lo aveva costretto a usare quello schifoso porta carichi e a metterci sopra la ragazza. Se fosse stato in suo potere l’avrebbe trascinata per i capelli a destinazione, meglio ancora se impalata. Ottima idea! Doveva guardarsi intorno e trovare un ramo abbastanza grosso a quello scopo… eppure sapeva che non l’avrebbe fatto. Anche se leggi millenarie gli davano diritto a qualunque violenza per vendicare la ferita subita, sapeva che quella donna, quel pezzo di carne da squartare, masticare e sputare lontano, serviva uno scopo superiore alla sua vendetta. Non gli riusciva di immaginare quale fosse, ma sapeva con certezza a chi avrebbe dovuto consegnarla. L’invidia gli era quasi insopportabile.

(continua)

postato da polenta | 03:06 | commenti (12)


martedì, febbraio 15, 2005
 

quantunque

il Fantaleo torna stasera. A prescindere.

postato da polenta | 09:35 | commenti (7)


martedì, febbraio 08, 2005
 

Sonny, Debbie e il Fantaleo

Un amore esigente nell’anno 21.004

TRENTATREESIMA PUNTATA

«Non ti capisco» disse Sonny allargando le braccia. Jorge rimase ad occhi chiusi e inspirò profondamente «hai avuto il dono, sì, il vero e proprio dono di andartene via tutto intero da quel casino e non riesci ad apprezzare abbastanza quello che hai ricevuto da riuscire a goderne. Magari hai ragione tu e mettersi contro i più cattivi dei cattivi è la cosa più eroica del mondo, ma è davvero uno spreco enorme. Te lo giuro, io ci provo a capirti, di sicuro ti senti in colpa perché che ne so… pensi che venire dallo stesso pianeta ti metta nella condizione di essere in parte corresponsabile…»

«È così, è anche così Sonny»

«No! Non se ne parla nemmeno! Lo capirebbe anche uno della curva di Lohban che tu eri e sei una vittima. Tu non solo hai diritto di non essere più perseguitato dai tuoi carcerieri, ma di godere al meglio del resto della tua vita. Hai appena finito di dire che non siete programmati per vivere a lungo… è per questo che lo fai?»

«No… vedi, quando il fantaleo mi ha liberato, mi ha chiesto se ero disposto ad aiutarlo e gli ho risposto subito di sì. Lui si è fatto uno dei suoi oh, oh, oh, e mi ha portato su Walen…»

«Mai sentito» Sonny tornò all’improvviso incredulo e sospettoso.

«Nemmeno io se è per questo. E se il fantaleo non ce lo rivela spontaneamente, credo rimarrà sconosciuto ancora a lungo. Tuttavia avresti dovuto vederlo! Quel posto è… è… sembra che abbiano disciolto magia nell’atmosfera… i luoghi, le persone, i suoni, i colori… i colori! Ancora oggi mi basta un istante per ritrovarmi avvolto da quei colori fantastici. E poi hanno delle stanze, le chiamano stanze delle armoniche…»

«Tu prima però non avevi visto molto universo, sbaglio?»

«Giusto, hai ragione» Jorge rintuzzò la delusione e ritrovò il tono pacato di poco prima «il fantaleo mi lasciò su Walen e mi offrì una vacanza lunga sei mesi interi. Mi permise di rigenerarmi e, come regalo, aggiunse una terapia waleniana che mi ha dato le stesse prospettive di vita dei miei concittadini djoseriani. Posso anche decidere di diventare alto come te se solo lo desidero… posso crescere! Solo alla fine dei sei mesi il fantaleo tornò a trovarmi e mi offrì due possibilità: venire qui ad aspettarti e compiere un tentativo, oppure rimanere su Walen per il resto dei miei giorni»

«Avresti dovuto restare, te lo meritavi…»

Jorge continuò come se non lo avesse sentito.

«Quando accettai il fantaleo mi fece una sola domanda Sonny, la stessa che adesso stai per farmi anche tu»

«Non hai paura?» Sonny voleva quella risposta come nessun’altra.

«Ne ho abbastanza da desiderare spesso di nascondermi in un buco e di non uscirne mai più. Ho paura perché voglio vivere, perché voglio un’occasione per essere felice, perché ho fame delle milioni di cose che conosco solo attraverso le parole e i pensieri del fantaleo, perché il mio istinto urla come un matto nel mio cervello: vivi!

Eppure che cosa consente alle dittature di ogni tempo, grandi o piccole che siano, governative o criminali, di dominare tanto un villaggio quanto un intero sistema?

«La paura» A Sonny non sembrava quasi di avere pronunciato quelle due parole.

«Esatto. La paura. La stessa che ho combattuto per decenni nei laboratori delle Terre Nuove. Posso accettare che più della metà dell’universo così come lo conosciamo debba provare quella stessa paura per i prossimi dieci secoli? Ti sembra troppo? Anche a me. Come mi sembra troppo che una sola persona su questo mondo ne sia schiacciata per i prossimi dieci anni»

«Ma la paura…»

«La paura che provo per la mia vita è una cosa, avere paura di loro è una cosa diversa. Non ci sono eroi vittoriosi disponibili nelle storie che sono in divenire. Non possiamo, in quanto individui pensanti e responsabili, attendere l’arrivo di una razza impermeabile alla paura. Possiamo solo chiederci se non lo faccio io, chi dovrebbe mai farlo per me?, solo questo. Si tratta di scavalcare il recinto del terrore e mettere un granello di sabbia nel loro meccanismo»

«Uno. Nessun meccanismo può incepparsi per così poco»

«Se tu scavassi proprio qui dove siamo adesso, troveresti le stratificazioni successive di almeno due civiltà diverse che si sono succedute in meno di cinquemila anni. Che cosa credi che le abbia seppellite?»

«Il tuoi granelli di sabbia?»

«Molto meno»

«Cosa?»

«La polvere»

(continua)

postato da polenta | 02:46 | commenti (13)


domenica, febbraio 06, 2005
 

Ho fatto testamento
Titolo senza sottotitolo, non fosse che il sottotitolo per me è un po’ come il Breil

Ho fatto testamento, ma davvero. L’ho fatto perché una delle due cose che ho portato a casa dall’università è la presunzione di saper leggere i segni.
E qui i segni sono concordi e mi parlano, mi parlano dai pacchetti delle sigarette, dalle pagine dei giornali, dai tabelloni dell’autostrada, dai titoli del Tg sulle autobombe e la guerra di camorra: morte.
Ecco perché ho fatto testamento. È importante saper leggere i segni, così uno si prepara.

Sì, è un periodaccio: se cerchi un’agente letterario ti ritrovi solo dei piazzisti di corsi inutili, se cerchi un editore scopri che dovresti provare a imparare il Groenlandese e poi trovare un bravo traduttore che sappia ben gestire dei refusi in italiano, se mandi un racconto ad una rivista ti dicono che sopra i seimila caratteri non se ne parla. Poi salta fuori sacripante che ti pubblica, ed è un bene, quello che ti limita al testamento.
Sarà colpa del tempo che corre come uno scippatore tossico ex centometrista, ma la vedo nera, e breve.
Magari scrivo qualcosa per tirarmi un po’ su. Magari faccio anche fruttare l’altra delle due cose che ho portato a casa dall’università, ma questa è un’altra storia, un segreto che mi porterò nella tomba.

postato da polenta | 18:51 | commenti (7)