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lunedì, dicembre 20, 2004
Se non è Natale questo!
A Babbo Natale avevo chiesto genericamente “qualcosa di buono”, lasciandogli piena libertà di orientarsi su una merendina Kinder o su una Jaguar 8 cilindri.
Il vecchio giocattolaio però la sa più lunga della nonna dell’Ace Gentile e ci ha regalato una recensione di Sergio Maistrello, più gustosa di una merendina e più gratificante di una Jaguar.
Parlare di gratitudine è poco: la mia prossima figlia la chiamerò Maistrella! (Sergia l’ha scelto per primo Cammelli…)
Grazie Sergio.
E auguri anche a quei pochi (ma buoni) lettori stranieri...
Zalig Kerstfeest en Gelukkig nieuw jaar
Joyeux Noel
Merry Christmas
Zalig Kerstfeast
Feliz Navidad
Srozhdestvom Kristovym
Selamat Hari Krismas
חג מולד שמח ושנה טובה
Eid Milad majeed wa sana mubaraka
Wesołych Świąt Bożego Narodzenia i szczęśliwego Nowego Roku
Selamat Hari Natal
sabato, dicembre 18, 2004
Tanto per tirare a lunedì
Una mia amica ha segnalato ad un suo conoscente l'esistenza del Fantaleo. Il conoscente ne ha letto qualche capitolo e poi ha mollato perché non gli piace. fin qui tutto regolare. Costui ha però motivato il fatto dicendo che non gli piacciono in generale le cose scritte dalle donne... Donne? Eh! Polenta-a singolare femminile!
posso dichiararmi vittima di una discriminazione?
martedì, dicembre 14, 2004
Sonny, Debbie e il Fantaleo
Un amore esigente nell’anno 21.004
VENTINOVESIMA PUNTATA
E quando non c’è altra strada, quando il pensiero è infilato nel fondo scuro di un sacco e la storia è il nero del pozzo nel quale la ragione affonda, è proprio il pensiero che salta il muro e con lui saltano i contrappesi che lo tengono sospeso in equilibrio sul corpo, e le immagini che restano sono fili recisi che frustano l’aria in cerca di occhi capaci di fissarle prima di cadere a faccia in giù.
Sui fili non ci sono immagini ragazza e i fili non cadono a faccia in giù. Eppure il movimento della caduta di un filo dall’alto che trascina con sé immagini destinate a cadere capovolte, era una scena che continuava a ripetersi all’infinito nella periferia della sua mente; fintanto che Rafael finiva di liberare il proprio sesso dai calzoni quel tanto che bastava.
Ricordatelo, è solo tempo. Dolore, angoscia, disperazione, paura. Nulla può impedire che ogni momento della vita venga consumato e che diventi passato. Moriremo comunque, non c’è modo di sfuggire alla prigione del tempo, ma le sue sbarre sono oneste, perché sono tutte alla stessa distanza. Così aveva detto Jorge cominciando a raccontarle di come era arrivato fino a lei. Aveva parlato senza enfasi, aveva messo mille distinguo nel lungo discorso durato quasi due notti. Cercava di prepararla a questo? Era alla violenza che stava per subire che si riferiva il vecchio ragazzo quando aveva detto che era una fortuna che lei e Sonny non avessero ancora dei figli?
Poi Rafael le fu sopra. Afferrò il braccio di Debbie poco sopra al gomito e strinse lentamente finché il dolore alla mano scolorò in un formicolio indistinto. Il suo sguardo era intenso, concentrato a studiare il terrore dell’attesa, vuole paura ragazza, vuole molto più di quello che una scopata potrebbe mai dargli, pensa ad altro, pensa ad altro…
Ci provò con tutte le forze, ci provò con un coraggio che non sapeva di avere, ma ogni volto, ogni situazione, ogni ricordo forte abbastanza da risalire il sentiero tortuoso della memoria, riusciva subito a sfuggirle come pietrisco dall’alto di un pendio. Perché? Perché? Perché?
Fu il sorriso di Rafael a trasformare in certezza l’intuizione: Quell’uomo era in grado di usarle due violenze allo stesso tempo, poteva impedirle di ricordare per trattenerla interamente sotto di sé, senza perdere nemmeno un milionesimo del piacere che stava assaporando. Pensa ad altro, pensa ad altro, inventa! Con tutte le forze immaginò di correre in una prateria completamente azzurra, abitata da piccoli esseri con una sola gamba che giocavano a rubarsi l’ombra alla luce di due soli e…
Lo sguardo del gigante ebbe un momento d’incertezza, Debbie lo spiò per un momento e sentì la paura diffondersi nel suo assalitore, ebbe la certezza che nulla potesse per controllare la fantasia. Inventa, inventa!
Rafael dopo qualche istante di smarrimento reagì, penetrò Debbie liberando al contempo dalla stretta il braccio della ragazza. Non era abbastanza forte per controllare entrambi i dolori e il djoseriano raggiunse l’orgasmo sommando il proprio rantolo alle urla irrefrenabili di lei. Gli sembrava di essersi preparato a quel momento per tutta la vita. Ogni frammento del suo cervello si era unito allo spasmo del corpo, continuava a muoversi senza che il godimento accennasse anche solo a diminuire, l’imperativo di NON ucciderla stava assumendo i contorni della diceria. Come avrebbe potuto smettere finché quella continuava ad urlare? Urla e pensa ai prati azzurri… pensa?
Non fece in tempo a reagire. Il pugnale gli si conficcò quasi per intero nella guancia destra trapassandogli anche la lingua. Seppe istantaneamente che il colpo, vibrato malamente con la mano sinistra, era diretto al collo o alla schiena. Un errore di valutazione, come quello che aveva appena commesso lui.
Debbie liberò il pugnale dalla grossa faccia del gigante e ripartì con un secondo colpo. L’uomo si ritrasse tanto velocemente non permetterle nemmeno di arrivargli vicino. Allungò il braccio per riuscire a colpirgli la gola. Rafael uscì da lei all’improvviso. Il dolore che le provocò fu enorme, insopportabile, il pugnale le cadde di mano.
Eppure non fu il dolore a farla svenire di nuovo, ma la carezza viscida del seme caldo che cominciava a colarle dalla carne insanguinata.
(continua)
martedì, dicembre 07, 2004
Sonny, Debbie e il Fantaleo
Un amore esigente nell’anno 21.004
VENTOTTESIMA PUNTATA
Non avrebbe saputo dire quante volte era svenuta, ma aveva importanza sapere quante volte, l’importante per lei era che risuccedesse il più in fretta possibile. Non aveva il coraggio di guardarsi la mano, ma si forzò a farlo. Svenne di nuovo.
Era uscita da poco dalla stanza delle armoniche, rilassata, carica di un’energia che non aveva mai sperimentato prima, ad ogni sorriso si sentiva un piccolo sole. L a paura era solo una parola di una lingua sconosciuta, non c’era una sola fibra del suo corpo che avesse smesso di cantare il lah.
Forse fu questo eccesso di beatitudine a spingerla ad uscire, a cercare la luce del sole dimenticando il bracciale. Era stato un errore, un disgraziatissimo errore.
La prima cosa che aveva sentito era stato un colpo sulla schiena che le aveva fatto sputare tutto il fiato più lontano di dov’era caduta. Il tempo di girarsi e vide l’ombra enorme che la sovrastava, abbastanza vicina da sentirle l’alito selvatico, abbastanza pesante da immobilizzarla con una mano sola, abbastanza forte da trascinarla sull’erba mentre le mormorava:
«Stai tranquilla, non posso ammazzarti»
L’uomo la schiaffeggiò senza metterci troppa forza, eppure lei finì lunga distesa al centro della stanza, incapace di rialzarsi. Dalla guancia il ronzio si diffuse a tutta la testa e vide l’uomo opaco e distante.
Jorge l’aveva preparata all’incontro con i Djoseriani, ma non abbastanza: nella sua immaginazione erano uomini come Sonny, solo con gli occhi del piccolo grande Hukkala… non dei colossi alti più di due metri e cinquanta con le ossa della testa deformate da una crescita eccessiva. Non l’aveva preparata a dei mostri!
Il mostro aveva riso, come solo chi sa leggere nel pensiero altrui può fare. Aveva riso godendo del suo disgusto, della sua impotenza, della sua crescente paura. Poi si era avvicinato e lei aveva visto il pugnale spuntare appena dalla mano gigantesca di lui.
«Stai tranquilla, non posso ammazzarti» aveva ripetuto il mostro bloccandole il braccio sul pavimento.
«Stai tranquilla, non posso ammazzarti» aveva gridato mentre le conficcava il pugnale nel palmo della mano tra mignolo e anulare. Un colpo preciso, nessun osso spezzato, nessun vaso reciso, la mano saldamente fissata al pavimento di legno, poi solo il dolore, un dolore che aveva riempito la stanza di un urlo disperato. Era svenuta.
La prima volta l’aveva fatta rinvenire lui: le disse di chiamarsi Rafael. Mentre le diceva il suo secondo nome diede un ultimo strattone alla biancheria che Debbie ricordava di avere indossato poco prima di scendere nella stanza delle armoniche, un milione di anni prima. Lo spostamento mosse appena la mano e il dolore la fece svenire nuovamente.
Non rimase svenuta a lungo, almeno così credette considerando che quando rinvenne Rafael si stava sfilando la casacca bisunta. Sentì di essere nuda e impiegò qualche secondo a mettere a fuoco quello che stava per succedere.
«Stai tranquilla, non posso ammazzarti» aveva detto per la terza volta Rafael. Sorrise.
Debbie cercò Jorge e Sonny sperando che loro potessero percepirla e fossero abbastanza vicini da intervenire o da mandarle aiuto. Rafael sorrise di nuovo e le disse senza parlare: sei sola.
Chiuse gli occhi e provò ad evocare un qualsiasi pensiero che le desse la forza di resistere, che le permettesse di sopravvivere a quello che stava per accadere. Ma sentiva solo freddo. Un freddo implacabile che le aveva già congelato completamente i piedi. Rafael si sfilò i calzoni e poggiò un ginocchio a terra. Il colpo fece vibrare il pavimento.
Non avrebbe saputo dire quante volte era svenuta, ma aveva importanza sapere quante volte, l’importante per lei era che risuccedesse il più in fretta possibile. Non aveva il coraggio di guardarsi la mano, ma si forzò a farlo. La mosse appena. Svenne di nuovo.
(continua)
lunedì, dicembre 06, 2004
mercoledì, dicembre 01, 2004
Sonny, Debbie e il Fantaleo
Un amore esigente nell’anno 21.004
VENTISETTESIMA PUNTATA
«No!» l’invocazione di Jorge echeggiò a lungo prima di spegnersi lungo il corridoio deserto.
Sonny non lo aveva sentito arrivare, era troppo sbigottito alla vista di ciò che gli stava davanti per fare altro che tenersi ancora più pinzato il naso. L’odore dei cadaveri era così intenso che si poteva credere di vederlo mentre a passo lento risaliva verso l’esterno.
La lama premuta sul collo poteva solo sentirla, ma tanto era bastato perché dallo spavento avesse mollato la presa esponendo il proprio olfatto all’oltraggio dolciastro della morte.
Per alcuni secondi Sonny pensò di essere ancora nei suoi alloggi alla società mineraria. Non ho mai fatto tardi al lavoro. Ci deve essere un guasto… Poi un milione di segnali che urlavano PERICOLO gli si ammassarono nella parte sveglia del cervello e fu in piedi prima ancora di avere capito dove si trovasse. Bastò il ricordo del filo della lama sulla giugulare per farlo voltare di scatto verso una fuga che era pura esigenza corporea, prima ancora che elaborazione del pensiero. Prima scappa e poi pensa se sei stato un vigliacco: questa poteva essere in sintesi la sua filosofia, se mai avesse avuto intenzione di formularne una.
L’impatto con la massa ingombrante del fantaleo fu più imbarazzante che doloroso; ricadde all’indietro e a gambe larghe contemplò per qualche istante l’enorme sagoma borbottante sospeso tra il riso e la collera.
«Ehm, uhm, sì, sì, sì, giovane Sonny Alvise, uhm… un colpo notevole… uhm… spero non troppo doloroso, spero… già» disse il cyberanimale
«C’era un… qualcuno lì sotto voleva… e c’erano cadaveri, centinaia credo…»
«Lo so, ehm… lo so caro Sonny… sì, sì, sì, tutto sembra andare per il peggio, uhm… ehm… una tragedia che ci lascia soli e infinitamente addolorati… sì, sì, sì…»
«Jorge dov’è? E la ragazza? E quel… quello che…»
«Uhm… ehm… quella caro Sonny, sono due donne… molto più ferite di noi, sì, sì, sì… forse per sempre… uhm…»
«Allora dovremmo aiutarlo»
«Sto bene Sonny» Jorge sbucò da dietro il muso del fantaleo seguito dalle due donne.
«Ehi!» Il sollievo sul volto di Sonny era autentico. Almeno quanto lo era la sua apprensione alla vista delle due.
«Sono con noi Sonny, con noi. Come ti senti?»
«B-Bene, però che cosa…»
«Hai visto la gente là sotto? Quelli erano i nostri migliori. Le persone che avevano scelto di rischiare con me per riuscire a portarti a destinazione. Non riuscirò mai a insegnarti nemmeno tutti i loro nomi, anche se riuscissimo ad assolvere per intero al compito che ci spetta… e se non ci riusciremo, per molti di loro non vi sarà anima o luogo capace di ricordarli. Non è per la memoria che viviamo, eppure non sentirò di meno il peso del fallimento per questo»
«Jorge, io…»
«No, adesso è il tuo turno Sonny» si rivolse alle due donne «andate e quando avremo finito tornerete. Unite il mio cuore alle vostre lacrime e alle vostre preghiere» Accennò un inchino prima verso l’una poi verso l’altra. Ricambiarono.
Il fantaleo decollò e dopo poco sparì dalla loro vista. Jorge prese Sonny per mano e per la prima volta da quando erano partiti lo condusse finalmente verso ovest, anche se a piedi e per poche centinaia di metri. Camminarono in silenzio, entrambi incapaci di voltarsi a guardare verso la base nord. Sonny sentì che il vento era più sostenuto di quanto non fosse stato al loro arrivo. Finalmente realizzò che Jorge lo stava portando sopravento. Ebbe per questo un moto di gratitudine e di ammirazione per il suo compagno di viaggio. Giunti ad una certa distanza dalla base, Jorge stese una piccola stuoia che aveva cavato, ben piegata, da una tasca e invitò l’amico a sedersi al suo fianco.
«Ti ho detto che avresti avuto tutte le risposte che volevi»
Sonny annuì
«Bene. Alla luce di quanto abbiamo saputo oggi… ne avrai anche di più»
(continua)
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