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venerdì, ottobre 29, 2004
 

Sonny, Debbie e il Fantaleo

Un amore esigente nell’anno 21.004

DICIANNOVESIMA PUNTATA

 

La notte era ormai in bilico sulla cresta delle colline e si aggrappava al lungo filare di pini marittimi con aria vittoriosa. Eterna, ma di scarsa memoria, gioiva del minuto in più che anche quel giorno aveva strappato all’aurora. Quella che pareva essere una chioma dalla massa compatta, si rivelò evanescente al primo chiarore. Il nero scivolò dal pendio e si ritirò ripiegando su se stesso.

Debbie Hanna Bertolaso afferrò i braccioli della poltrona e si rimise in piedi per la centesima volta. Tornò alla finestra del soggiorno che guardava a est e la imitò. Dopo avere passato l’intera nottata a non vedere più lontano dell’alone del proprio respiro sul vetro, il solo poter guardare le sembrava una vittoria importante. Eppure sapeva di non avere nemmeno le certezze su cui la notte poteva contare. Non più.

 

Nelle ultime settimane non era passato giorno che non si fosse data della stupida: avrebbe potuto e dovuto dare qualche indizio in più a Sonny nella sua translettera. Era un uomo buono, non si meritava l’angoscia che sicuramente aveva dovuto sopportare nell’ultima settimana… Mai, mai e poi mai avrebbe dovuto limitarsi ad eseguire le direttive senza metterci un po’del suo. Eppure erano stati convincenti, le avevano spiegato che il suo uomo era poco elastico, che non avrebbe accettato di tornare per nessun altra ragione e che, nonostante questo, si sarebbe comunque dimostrato ostile per molto tempo. Ostile! Ah! Che cretinata permettere a degli estranei di giudicare chi amiamo. Non era forse in viaggio verso di lei quando, poche ore prima, Jorge aveva stabilito il ponte telepatico? Lo era eccome! E spaventato, almeno quanto lei, ma con il dolore di chi non capisce perché non sa.

Scema, scema, un milione di volte scema! Piagnucolare come una idiota viziata. Non un granché da una che volevi sposare, amore mio…

Già. Solo che da quando ogni fonte di energia era sparita dalla valle, era più facile essere determinati al mattino che in piena notte.

Tornò alla poltrona e accarezzò con lo sguardo gli oggetti della stanza come se fossero tornati da un viaggio. Quella notte, prima del contatto con Sonny, ricordava di avere pensato a come le cose al buio esistano solo nella memoria o al tatto. Sorrise di quel pensiero e ancora di più della sua tibia dolorante per avere ricordato all’improvviso l’esistenza di uno spigolo non al corrente della propria inesistenza.

 

Finalmente il sole riuscì a centrare la finestra e ad entrare. Debbie chiuse gli occhi e si lasciò andare sullo schienale. Aveva bisogno di dormire. Assolutamente. Soprattutto perché, secondo un pensiero che ormai la tormentava da una settimana, aveva sbagliato a dosare le sue energie emotive. All’epoca della translettera infatti, aveva tarato la propria speranza sull’arrivo di Sonny per quel mattino. Nessuno immaginava (lei per la verità era quel nessuno) che sarebbero riusciti a bloccare in così poco tempo tutti gli spostamenti interni sul pianeta. Nessuno (e ancora lei era quel nessuno) riusciva a credere che fosse realmente possibile inibire tutte (ma proprio tutte) le fonti di energia civile. Eppure era andata proprio così. Non c’era ponte telepatico che riferisse di situazioni normali o normalizzate. Alcuni cominciavano a dubitare perfino della sicurezza degli stessi ponti telepatici. Eppure, a dispetto di tutto quello che sapeva e immaginava, non era comunque stata pronta ad accettare il protrarsi del momento in cui avrebbe potuto riabbracciare Sonny. La delusione l’aveva abbattuta per la prima metà della notte, poi si era riempita gli occhi del viso di Sonny l’ostile e per il resto della notte si era ostinata ad aspettarlo, come se le sue aspettative avessero la precedenza sulla realtà.

Per un momento i veri pericoli che Sonny correva a migliaia di kilometri da lì le paralizzarono il respiro e rischiarono di avere la meglio sul suo equilibrio mentale. Dovette allontanarli a gesti, tanto erano orribili.

Si ritrovò di nuovo in piedi.

Addormentata solo nel corpo.

Il suo ultimo pensiero vigile, prima di reclinare lo schienale della poltrona e stendersi, fu per l’enorme animale che aveva visto poco prima nella mente di Sonny.

È quello il…

 

(continua)

 

postato da polenta | 01:59 | commenti (8)


martedì, ottobre 26, 2004
 

Sonny, Debbie e il Fantaleo

Un amore esigente nell’anno 21.004

DICIOTTESIMA PUNTATA

 

«Noi siamo i Djoseriani e siamo stati tra i primi popoli ad essere deportati dalla Terra duemila anni fa. Siamo stati ritenuti tra i maggiori colpevoli dell’estinzione di quasi tutte le specie animali… con piena ragione, direi. Fummo anche tra i primi a perfezionare le tecniche per modificare la durata della vita umana, così siamo riusciti a portarci il segreto sul satellite ospite. Da allora abbiamo vissuto nel più totale isolamento, poiché per i primi mille anni il pensiero dominante era orientato a riconoscere le colpe dei nostri padri, tanto che all’epoca questa posizione veniva chiamata del “Giusto Esilio”. A mano a mano che la prima generazione fu soppiantata dalle successive, e la memoria si trasformava in una materia più duttile, cominciarono a circolare voci insistenti che tendevano a sminuire le colpe dei padri, tanto che in poche centinaia d’anni si cominciò a parlare di complotti ai nostri danni, di usurpazione delle terre dei padri, della necessità di ristabilire la Verità della Storia»

«È successo altre volte…»

«Già, ma non è mai successo ad individui che hanno quasi mille anni per ribadire ossessivamente le stesse teorie… capisci? Anziché condizionare una generazione, in questo modo si condiziona un’epoca»

«Hanno convinto tutti?»

«No, ma coloro i quali credevano alle nuove verità sostenevano la necessità di generare molti figli, mentre quelli del Giusto Esilio affermavano l’esigenza di portare il nostro popolo all’estinzione naturale, in quanto geneticamente incapace di rispettare la vita altrui. È facile immaginare chi abbia avuto il consenso alla lunga…»

«Ehm, uhm… oh, oh, oh, è spiacevole privarsi della vostra amabile conversazione, cari amici, ma sento che ci stiamo avvicinando…»

Volarono per i cinque minuti successivi nel più assoluto silenzio. Il fantaleo piegò di qualche grado verso est e cominciò a tenere il muso puntato verso terra fino a sfiorare la vegetazione.

 

L’uomo era riverso faccia in giù, il volto affondato nel terreno soffice, la schiena squarciata in diagonale dalla spalla destra giù fino al fianco sinistro, il piede destro amputato, così come le braccia, all’altezza dei gomiti.

«Jodeg di Haradors…» mormorò incredulo Jorge.

«Che il suo spirito scolpisca l’orlo delle nuvole» rispose il fantaleo.

Jorge, aiutato da Sonny, voltò il cadavere, recuperò il mantello che l’uomo portava ancora arrotolato e legato in vita, e lo rimboccò come si fa con chi si è appena addormentato.

«Uhm… ehm… mi addolora lasciare anche questo amico senza una veglia degna di lui e del suo coraggio… ma non è il solo che dovremo onorare per oggi…»

Jorge si alzò senza rispondere e risalì sul dorso del fantaleo. Sonny rimase a terra, il suo sguardo si spostava di continuo dal nord al corpo dell’uomo ai suoi piedi.

«Non vieni?»chiese senza guardarlo il ragazzo.

«Secondo te da dove veniva?» chiese Sonny di rimando.

«Dalla nostra base nord, avremmo dovuto incontrarlo lì domani»

«E tu dove vorresti andare adesso?»

«Alla base nord»

«Perché? Perché dobbiamo andare a farci ammazzare, non dovremmo cercare di restare vivi e cambiare direzione più in fretta che possiamo?»

«Non ti chiedo di capire, per adesso. Noi andiamo a nord. Sali, ti prego»

Sonny indugiò ancora qualche istante, poi trasse un respiro profondo e prese posizione dietro al ragazzo. Alvy, mio caro, il menù di oggi è vario: puoi morire da solo o morire in compagnia, decidi subito che siamo di fretta, per i dubbi hai tutto il tempo che vuoi dopo essere morto.

Con il passare delle ore a Sonny fu chiaro che Jodeg di Haradors era il fuggitivo giunto più lontano tra gli occupanti della base nord. Prima del tramonto ritrovarono altri sei cadaveri, tutti mutilati come il primo, anche se in almeno due casi gli assassini avevano infierito sulle vittime fino a farle letteralmente a pezzi. Il corpo di Effelset Boshra fu ricomposto dopo aver setacciato molte centinaia di metri.

«Credi si tratti di un fenomeno di follia collettiva?»

L’omicidio era così lontano dai principi morali di Sonny e del mondo al quale apparteneva, che la sua coscienza cercava soltanto ragioni eticamente accettabili.

«Lo è sicuramente Sonny, come ogni guerra del resto. Tuttavia dovrai abituarti a considerare che abbiamo a che fare con diversi livelli di follia e con dei folli molto ragionevoli»

«Vuoi ancora andare a nord?»

«Più che mai»

«…»

 

Poco dopo si accamparono per la notte.

 

(continua)

 

postato da polenta | 01:44 | commenti (12)


venerdì, ottobre 22, 2004
 

Sonny, Debbie e il Fantaleo

Un amore esigente nell’anno 21.004

SEDICESIMA PUNTATA

 

«Non è del tutto chiaro» rispose Jorge «ma i viaggi creavano quello che è stato definito “effetto di trascinamento”. Sembra che l’assenza, anche se temporanea dei viaggiatori, sottraesse a tutte le vite che vi erano entrate in contatto una parte dei ricordi, delle cognizioni, della personalità. Finché si trattò di scegliere i volontari nella cerchia ristretta dei militari provenienti dall’accademia, le conseguenze non furono immediatamente evidenti, ma non appena i viaggi cominciarono a riguardare ricercatori abituati a relazionarsi con un tessuto sociale molto più ampio… fu il caos. Si dice che in quel periodo i suicidi fossero talmente tanti da modificare sensibilmente il numero di abitanti di vaste zone della Terra. Gli stessi viaggiatori tornavano profondamente cambiati. Anche quei pochi che non si erano suicidati non sopravvivevano per più di due anni al viaggio»

«Impazzivano?»

«No, non credo si trattasse solo di turbe psichiche, piuttosto di modificazioni genetiche tali da accelerare l’invecchiamento di qualunque organismo vivente. Anzi, non proprio un invecchiamento, piuttosto un… disfacimento. Ho sentito che alla fine molti di loro scoppiavano come bolle di pus»

«E quelli che ci sono stati hanno raccontato ciò che hanno visto?» chiese Sonny che era tanto disgustato quanto avido di sapere.

«Sono tutti concordi nel dire che il passato è completamente vuoto. Di gente intendo. Non c’è nessuno. Non ci sono le cose che abbiamo costruito, manca tutto ciò che abbiamo usato, non c’è traccia di vita umana. Il passato è il mondo della mancata comparsa dell’uomo»

«Non capisco, e il ricercatore amerindo?»

«Non lo so, credo che lui come tutti i viaggiatori successivi venissero sparati indietro con le navette, ma non credo che sapremo mai come sono andate davvero le cose… è passato troppo tempo»

«E il futuro come lo hanno raccontato?»

«Nel futuro è andata peggio. Nessuno è mai tornato, nessun calcolo teorico ha trovato una conferma pratica. L’effetto di trascinamento tuttavia mieteva lo stesso numero di vittime, anche se con sintomi e in tempi differenti. Per secoli si sentiva ripetere di continuo “il futuro non esiste”. Non molto profondo come concetto, ma capace di sconvolgere nel complesso una gran parte dell’umanità»

«Ci devono essere stati un bel po’ di pensatori a spasso per il mondo»

«Puoi dirlo forte! Teologi, storici, filosofi, artisti, furono sicuramente i primi ad entrare in crisi e a tentare di riposizionare il proprio pensiero alle mutate condizioni. Tuttavia pochi di loro ricevettero attenzione, l’angoscia di essere prigionieri di un solo tempo senza ritorno sconvolse l’intero pianeta. Per assurdo che possa sembrare quella che entrò maggiormente in crisi fu la storia, non la filosofia. I duemila anni successivi furono un susseguirsi di un numero illimitato di guerre civili permanenti. Verso la fine del quarto millennio le gerarchie militari ripresero il controllo pressoché totale della situazione. In pochi anni e per annessioni successive i padroni della pace si ridussero a tre. Il prezzo di questa pacificazione fu pagato con la moneta della dittatura, un pagamento fatto in ferocia con un numero di vite umane sacrificate cento volte superiore a quello causato dalle guerre civili che avevano sedato. Le grandi religioni monoteiste di allora furono pienamente solidali con questo processo, al punto che ciascun dittatore fu chiamato al ruolo di massima guida spirituale della propria confessione»

«La rivoluzione ateista allora…»

«Esatto. Alla fine fu il genere umano intero a ribellarsi. Quando i primi degli insorti furono catturati, i regimi decisero di giudicarli non in quanto nemici politici, ma per il loro essere eretici, blasfemi e, da ultimo, atei. Ti annoio?» chiese Jorge notando lo sguardo assente di Sonny.

«Stavo pensando che una settimana fa non avrei creduto ad una sola parola, ma anche al fatto che i viaggi nel tempo assomigliano un po’ al rolling space»

«È una delle conseguenze dirette! Proprio così. La struttura stessa delle macchine capaci di spararti nel tempo è ancora usata nel rolling space, non solo: la durata delle nostre vite è la prima di tutte le conseguenze»

«Come?»

«Lo studio delle modificazioni genetiche sui viaggiatori nel tempo ha permesso di individuare i meccanismi capaci di produrre l’effetto contrario. Se così non fosse, forse la tua vita non potrebbe durare oltre i centocinquanta»

«Nemmeno la tua, se è per questo»

«Non proprio. Di solito noi viviamo tra gli ottocento e i novecento anni...»

«Voi chi?»

 

(continua)

 

postato da polenta | 01:56 | commenti (8)


martedì, ottobre 19, 2004
 

Sonny, Debbie e il Fantaleo

Un amore esigente nell’anno 21.004

QUINDICESIMA PUNTATA

 

Istintivamente anche Sonny provò a fiutare l’aria. Niente. Jorge tornò a sedersi.

«Niente» confermò.

«Ohi, ohi, ohi… il mio cuore non vuole sapere piccolo Hukkala, ma è già in pena»

«Può anche non essere così… non so, possono essere andati sulle montagne…»

 

Il fantaleo non rispose e continuò a borbottare afflitto da una grande preoccupazione.

«Ha sentito odore di fumo vero? E tu?»chiese Sonny. Jorge scosse la testa.

«Niente fumo, purtroppo… siamo a meno di cinquecento kilometri dalla nostra base nord, e per ragioni di sicurezza il fantaleo è sintonizzato sulle biofrequenze degli amici che ci stanno aspettando. Allo stesso modo io sono in grado di raggiungerli mentalmente… un po’ come ho fatto con Debbie.» Jorge restò qualche secondo in silenzio con lo sguardo dritto davanti a sé.

«E…?»

«E il fantaleo li percepisce, io no. Quindi è possibile che siano alla base nord, almeno i loro corpi»

«Pensi che siano morti?»

«Non lo so, quella è la base che credevamo più sicura. Potrebbero aver deciso autonomamente di non essere più percepiti da noi, ma in qualunque caso non è un buon segno»

«Non sarebbe meglio cambiare strada allora?»

«No, no, Sonny, credimi. Finora non siamo andati ad est per lo stesso motivo per cui tu non sei riuscito ad andarci partendo dallo scalo: nessun ricognitore di quelli che hanno mandato è rientrato alla base. Nessuno attraversa vivo il versante est da settimane. Almeno per le notizie che abbiamo. Mi spiace, ma l’unica possibilità è di arrivare alle montagne.»

Sonny se ne stette un po’ a pesare le parole di Jorge.

«E che cosa c’era di così terribile nel dirmelo stamattina o ieri sera? Non può essere per l’incertezza sulle mie decisioni»

«Vero. Ci hanno detto di dirti il meno possibile e noi lo facciamo. Ci hanno detto che furibondo ci sei più utile di quando sei entusiasta e…»

«Allora ti daranno una medaglia di Sterdon per questo! Magari due!»

«Ecco, esattamente come adesso… tuttavia non è detto che siano morti,» disse Jorge accarezzando il fantaleo « non disperare, sono gente in gamba»

«Ehm, uhm, piccolo Hukkala… hanno salvato più vite le tue intuizioni che il mio… ehm… pessimismo… sicuro, sì, sì, sì, molte…»

«Dovremo comunque volare almeno altre nove ore prima di entrare nella zona della base. Ne abbiamo altre cinque di luce, quindi non ci arriveremo prima di domani. Dobbiamo essere forti. Intanto potremmo onorare la promessa e raccontare a Sonny la furia quello che sappiamo sui viaggi nel tempo, che ne dici?»

 

Il borbottio rassegnato del fantaleo fu l’unica risposta che ricevettero.

 

«Tu sai che per quando riguarda il passato, raramente si fanno riferimenti a date precedenti alla Rivoluzione Ateista, il che significa che della nostra storia, fino alla fine del quarto millennio, non sappiamo quasi nulla. Anche chi ha fatto della storia antica la propria vocazione difficilmente saprà dirti qualcosa, anche se vago, che preceda il terzo. Eppure sembra che per quanto riguarda i primi viaggi nel tempo si debba risalire all’indietro di quasi un altro migliaio d’anni…»

«Mille, cinquecento, non è che il tempo valesse quanto ora, vai avanti» lo interruppe Sonny.

«Al contrario Sonny, sembra che la vita media allora fosse molto più breve… magari per te un secolo in più o in meno, ficcato così in fondo alla nostra storia, sembrerà un bersaglio talmente piccolo che basta e avanza andarci vicino, ma se un solo secolo esaurisse tutta la tua vita non saresti così…»

«Meno di un secolo? Non ti stai confondendo con gli ominidi di qualche milione di anni fa?»

«Con calma Sonny, ci arrivo tra poco»

«Ascolto»

«Dunque, i primi esperimenti di viaggi nel tempo cominciarono nel secondo millennio. Verso la metà, diciamo. Gli oggetti venivano messi nella zona di lancio e sparivano regolarmente. I comandi orientali, non chiedermi come fosse organizzati allora, troppo lungo da spiegare, mantennero il segreto in questa prima fase. Non potevano sbilanciarsi, solo uno delle prime decine di oggetti e animali inviati fece ritorno una volta richiamato: un cane»

«Ne ho visti alcuni all’università, delle riproduzioni in Tecron, credo»

«Probabile… Il fatto che un animale fosse tornato vivo fu un notevole successo per i ricercatori. Così, dopo alcuni anni di esperimenti furono decisi viaggi umani. Dicono che solo i primi tre si siano offerti volontari, ma risulta che ne abbiano mandato alcune decine. Quasi un secolo dopo, un ricercatore proveniente dal settore sud amerindo…»

«Vuoi dire che era abitato?»

«Sonny, puoi tenerti delle domande anche per dopo?»

«Scusa»

«Insomma, si presenta e dice: se mi spedite quando lo dico io e mi recuperate allo stesso modo, sono sicuro di tornare... ovviamente accettarono, ma restarono senza parole quando riuscirono a ripescarlo sano e salvo.»

«Come?»

«Te la faccio breve: nessuno aveva considerato che in un viaggio nel tempo non sei spedito soltanto indietro cronologicamente, ma anche la posizione nello spazio che occupi torna a quella in cui si trovava il pianeta in quel momento del passato. Quelli che non avevano più fatto ritorno si erano semplicemente ritrovati a morire in un punto vuoto della nostra orbita»

«E il cane?»

«Scoprirono che il cane era stato un imbroglio per non farsi bloccare le ricerche»

«E il ricercatore amerindo?»

«Si fece mandare indietro di un anno, prese una navetta, raggiunse il punto fissato per il rientro e riuscì a tornare da eroe»

«Incredibile»

«Durò poco. Pochi giorni dopo la notizia arrivò ovunque e più di un laboratorio imitò l’esperimento. Tuttavia le tragedie furono gravissime e purtroppo, irreversibili»

«Viaggiarono nel futuro?»

«Sì, e con lo stesso risultato»

«Quale?»

 

(continua)

 

postato da polenta | 02:14 | commenti (16)


giovedì, ottobre 14, 2004
 

Sonny, Debbie e il Fantaleo

Un amore esigente nell’anno 21.004

QUATTORDICESIMA PUNTATA

 

Erano appena saliti sull’ampio dorso del fantaleo, quando l’animale iniziò una rapidissima ascesa. Non ebbero nemmeno il tempo gridare per la sorpresa, il fiato serviva loro per arrancare in direzione degli appigli che sbucavano dalla coperta.

«Piano amico mio» bofonchiò Jorge subito dopo che erano saliti di almeno un migliaio di metri.

Lassù faceva freddo, anche perché le coperte erano volate via quasi subito, strappate dalla violenza delle correnti. Il fantaleo si arrestò poco dopo.

«Che cosa ve ne sembra, ehm, uhm, giovani avventurieri?»

Quella che da terra era sembrata una famelica e disordinata abbuffata d’erba, dall’enorme altezza da cui guardavano terra prese immediatamente vita nel volto pacioso di Uldo Brenna. Jorge tremava senza riuscire a fermarsi, eppure non chiese di essere riportato a terra.

 

Recuperarono le coperte e tornarono a volare verso nord. Sonny attese più di un’ora e poi, sopraffatto dall’angoscia, tornò all’attacco.

«Credi davvero che potrò essere utile in qualche modo? Perché più ci penso e meno mi sembra possibile…»

«No, se vuoi tutta la verità, personalmente non lo credo, ma non conta quello che credo io, ci fosse anche una possibilità su un milione, è l’unica cosa che possiamo fare per i nostri mezzi attuali»

«Non sai nemmeno se accetterò»

«E non credo lo farai mai. Parlane con lui, è l’unico ottimista su di te...»

«Sono disposto ad accettare, anche senza sapere di che si tratta, se prima mi portate dritto da Debbie. Fatelo e farò qualunque cosa, qualunque. Se non vedo lei non prendetevi nemmeno il disturbo di parlarmene!»

«Sei disposto a giurarlo?» chiese Jorge senza scomporsi

«Sono…»

«Oh, oh, oh, piano, piano amici miei, ehm… uhm, giovane Hukkala, questo non ti fa onore… no, no, no… ehm, vedi Sonny, dobbiamo imparare a fidarci… uhm… non a sfidarci… oh, oh, oh, beh, beh, beh… non posso permettere che tu giuri, no, proprio no…»

«Voglio farlo comunque!»

«Oh, sciocchezze, non potrei…. Uhm… non potrei accettarlo…»

«Perché?»

«Perché, perché, perché, sì, uhm… oh, oh, oh, perché noi stiamo già andando da Debbie mio caro amico… uhm, proprio così… tuttavia dobbiamo seguire una strada che non ci esponga troppo al rischio… se una tale strada esiste ancora… uhm, ehm… s’intende…»

«Hai altre condizioni?» chiese Jorge senza curarsi di sembrare gentile.

«Comunque, ehm… uhm… devo anche ammettere… oh, oh, oh, che solo al giovane Hukkala spetta la decisione di metterti a parte del… uhm, ehm… di tutta la situazione nella sua interezza,… sì, sì, sì, solo a lui, lui.. e a nessuno altro, uhm, ehm… così è stato deciso»

«Adesso non chiedere da chi è stato deciso, te ne prego» aggiunse Jorge

«Però, però, però… possiamo, oh sì che possiamo caro Jorge… uhm… dare a Sonny, uhm, ehm, oh, oh, oh, una prova del fatto che abbiamo considerazione e rispetto per la… ehm, la sua scelta di venire con noi… sì, sì, sì, possiamo davvero…»

«Lo faresti comunque da solo, immagino…»

«Oh, oh, oh, penso, ehm, lo farei, caro amico, uhm, non mi piace chiedere soltanto… uhm…»

 

Jorge si girò un poco verso Sonny in modo da incrociare il suo sguardo. Poi gli appoggiò l’indice sulla fronte.

«A che cosa hai pensato più spesso da quando sei partito dalla Curva di Lohban? Non a chi, ma a quale strumento?» e così dicendo picchiettò col dito sulla fronte di Sonny.

«Alla Grande Proibita, alla macchina del tempo. Se potessi tornerei indietro di un mese e giocherei d’anticipo su tutti i guai di Debbie… e sui miei»

«Oh, oh, oh, improbabile caro amico, uhm, ehm, improbabilissimo…»

«Tutti sappiamo quanto sia proibito parlarne vero? Se potessero ci impedirebbero anche di pensarci. Non è detto che in futuro non ci riescano… Comunque, se questo può aiutarti ad avere fiducia in noi e nel nostro giudizio, sarò felice di dirti tutto quello che so sui viaggi nel tempo»

 

Sonny sentì di avere all’improvviso la lingua incollata al palato. Non c’era bisogno di avere una vocazione scientifica per sentirsi prendere dalle vertigini alla sola idea di scoprire anche un piccolo particolare sui viaggi nel tempo…

 

«Allora…» disse Jorge

«Uhm… lo senti anche tu, ehm, piccolo Hukkala?» il fantaleo annusava spasmodicamente l’aria proveniente da nord.

Rallentò fino a fermarsi.

«Niente… no, proprio niente» rispose Jorge alzandosi in piedi di scatto.

«Uhm… male, molto male, molto male…»

 

(continua)

 

postato da polenta | 02:12 | commenti (14)


martedì, ottobre 12, 2004
 

Sonny, Debbie e il Fantaleo

Un amore esigente nell’anno 21.004

TREDICESIMA PUNTATA

 

«Non era cosa?» chiese Sonny lasciandosi cadere di bocca una buona metà del cibo che stava masticando.

«Non era un sogno. Hai parlato davvero con Debbie, anche se per riuscirci avete usato la mia mente come un valvavox»

«Non potevi farlo stanotte allora?»

«No»

«Perché?»

«Perché non ero sicuro che saresti venuto con noi. Posso fare da ponte, non certo controllare come l’avresti presa» rispose Jorge.

«Adesso ti senti abbastanza sicuro?»

«Sì, adesso sì»

«Fammi indovinare» disse Sonny dimenticandosi delle sorprendenti capacità del suo interlocutore

«Indovinato»

«Come fai ad essere dalla parte dei buoni e allo stesso tempo essere così schifosamente cinico?» chiese Sonny che aveva appena finito di considerare che se lo avessero abbandonato in mezzo a quella sterminata brughiera, non sarebbe arrivato vivo in nessun luogo.

«Non prendertela Sonny… io, tu, perfino il fantaleo e qualunque singolo essere vivente non contiamo assolutamente nulla in questa partita. Possiamo avere ruoli decisivi, questo è vero, possiamo influire su un certo numero di vite, potremmo perfino riuscire a scongiurare gli effetti più disastrosi della guerra, ma all’interno del quadro generale siamo tutti sacrificabili e insostituibili»

«Sostituibili»

«No, hai capito bene, siamo sacrificabili per il bene supremo, ma insostituibili poiché ogni vita che andrà perduta, a cominciare da quella del mio amico Uldo Brenna, non potrà essere riparata in ogni caso. Non griderò di gioia se, alla fine della catastrofe che ci attende, dovremo piangere solo sulla sua tomba. Ti sembrerà stupido, ma non considero una morte meno orribile di un milione di morti»

Sonny era per una volta senza parole. La passione di Jorge lo aveva toccato in qualche luogo della sua coscienza, pur non essendo altro che una diversa rielaborazione del principio che da secoli aveva condotto alla messa al bando della pena di morte e di qualunque tipo di tortura. Perché doveva sembrargli così importante allora? Perché lui non sta enunciando dei principi, sta dicendo che cosa non è disposto a fare per vincere la sua battaglia, o la sua guerra o quel che è… e anche perché non è solo la sua, maledetto il rettilineo, è anche la mia, che mi piaccia o no.

«Ci stai andando piuttosto vicino Sonny, anche se hai diritto a una dose robusta di spiegazioni per mettere tutto nella giusta prospettiva»

«Ti ascolto»

«Non ancora, non ancora»

«No! Adesso è perfetto invece!» disse Sonny mentre una brezza leggera si portava via la sua voce a pelo d’erba «per quello che ne sai quella freccia avrebbe potuto prendere me, allora adesso sarebbe troppo tardi per continuare a giocare al gran sacerdote del mistero!»

«Uldo ti ha salvato la vita, non posso assicurarti che l’abbia fatto volontariamente, ma…»

«Non cambiare discorso!» disse Sonny «e… e… e siamo qui seduti da due ore e non ti sei nemmeno preso il disturbo di dirmi come sta davvero la mia ragazza!»

«Sta bene, l’hai vista tu stesso, ha detto che ha bisogno di te, ed è vero. Non c’è molto altro da dire»

«No?»

«No, non c’è altro che io sappia sulla sua salute e sul suo benessere. Ho percepito una donna sana e padrona delle proprie emozioni. Ho distolto lo sguardo dal vostro incontro per rispetto nei confronti di entrambi. Di più non posso dirti, davvero»

«Credi che la freccia fosse diretta a me?»

«Sì, il fantaleo potrà confermartelo, però non sentirtene responsabile. Se ti avessimo lasciato nello scalo non saresti stato in pericolo, almeno non più di quanto ne corra chiunque si trovi a respirare su questo pianeta»

«Allora spiegami» lo supplicò Sonny esausto

Il ragazzo si limitò a fissarlo.

«Oh, oh, oh, ho fatto appena uno spuntino caro Jorge, appena un assaggio per calmare il languore più ostinato, ehm, uhm, però se credi che sia ora d’andare… uhm, abbiamo ancora alcune ore di luce prima di fermarci per la notte, sì, sì, sì, alcune ore di luce…»

«Sonny, credi davvero di non avere altra scelta?» chiese Jorge.

«L’hai detto tu stesso che non ne ho»

«Ho detto che non puoi andartene da qui da solo, ma questo non è quello che intendevo»

«Allora non ho capito»

«Tu hai sempre una scelta, sempre»

«…»

«Puoi decidere di alimentare chi si nutre della tua paura»

«O farlo morire d’indigestione» concluse Sonny con una smorfia

«Forse è meglio se ripartiamo» disse Jorge voltandogli le spalle e rivolgendosi al fantaleo

«Uhm, ehm, giovane vecchio Hukkala… ehm, oh, oh, oh, credo che tu ti aspetti troppo offrendo troppo poco, ehm uhm, se posso permettermi una modesto opinione, uhm… oh, oh, oh»

«Tu che cosa leggi nel suo cuore, saggio amico?» chiese Jorge indicando Sonny.

«Uhm, ehm, lascia che ti dica… oh, oh, oh, si sta chiedendo, uhm, o se lo chiederà tra un attimo, ehm, se può avere ancora qualche minuto in un angolo appartato, uhm, se mi capisci… sono un bel po’ di ore che si trattiene, ma, uhm... con tutto quello che è successo se ne è quasi dimenticato… oh, oh, oh»

 

Sonny improvvisamente scoprì che non c’era cosa al mondo che non potesse aspettare almeno un minuto e corse via»

 

(continua)

 

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giovedì, ottobre 07, 2004
 

Sonny, Debbie e il Fantaleo

Un amore esigente nell’anno 21.004

DODICESIMA PUNTATA

 

Volarono alti nel cielo ancora per poco, poi tornarono gradualmente verso terra e continuarono a procedere sfiorando i bassi arbusti che punteggiavano la brughiera, il cui manto selvatico, ancora abbracciato dalla rugiada del primo mattino, s’increspava accarezzato dal passaggio lento del fantaleo.

Sonny aveva perso qualunque desiderio di assillare i suoi compagni con mille domande. Sconvolto, ancor prima che addolorato, non riusciva a distogliere lo sguardo dalla grandiosità dell’oceano verde su cui stava volando, volando sul fantaleo! Cercò di pensare a Debbie, cercò di sentirla, ma la sua immagine faticava a risalire verso i cuore dopo l’enormità di tutto quello che era appena accaduto. E per fortuna che c’era ancora la paura ad interferire con il sovraccarico visivo che lo stava ipnotizzando: stilettate chirurgiche capaci di trapassargli il basso ventre e di costringerlo a voltarsi di scatto per sincerarsi che non ci fossero altri agenti di controllo alle loro spalle. Più di una volta rischiò di cadere. Stremato, si risolse allora a fissare con tutte le sue forze l’esile sagoma di Jorge, che intanto si era avvolto ancor più nella coperta e se ne stava piegato in avanti con il viso affondato tra le mani. Sonny non sapeva dire se dormisse o stesse pregando, ma gli servì a calmarsi un poco. Il fantaleo tossicchiò un paio di volte poi intonò il canto funebre del rito Bachmanista.

 

 

Debbie? La ragazza era inginocchiata davanti a lui e lo fissava con un misto di commozione e preoccupazione. Debbie? Debbie? Lei sorrise e smise di tormentare il pezzo di spago che aveva in mano

Debbie?

Ciao vita mia

Ciao cuore mio, sei tu?

Dimmi che stai bene…

Sto bene? Non lo so, sì, sì, Debbie che succede? Dove sei?

Non preoccuparti amore, sono ancora a casa, non mi muovo finché non torni

Ho avuto paura Debbie, Uldo dice che c’è la guerra

Torna Alvy, torna, ho bisogno di te, fai presto…

Debbie… Debbie!

Alvy…

Debbie, hai della nebbia in faccia…

 

Riaprì gli occhi che il sole era già alto sopra di loro. Maledisse il sogno che lo aveva tradito sul più bello. Intorno a loro il panorama non era cambiato, e con amarezza constatò che avevano continuato a puntare verso nord, mentre ogni suo pensiero spingeva ostinatamente verso est.

Dallo stomaco gli salì un ruggito feroce, perfino la paura dovette dare spazio agli spasmi della fame.

 

«Fermiamoci un po’, è ora che ci riposiamo seriamente» quello di Jorge era stato poco più di un sussurro, eppure sia il fantaleo che Sonny sussultarono, tanto era fitto il silenzio che li circondava.

«Ehm, uhm, sì, sì, in effetti avrei un certo appetito, sì, più che un certo, sì, riposate, riposate, penso che brucherò il giusto, non più di quello, ma il giusto, uhm, sì..»

Sonny e il giovane vecchio Hukkala scesero e stesero le coperte sull’erba alta. Jorge aprì un piccolo tascapane che si era messo a tracolla prima della partenza e restò a fissarlo trasognato. Solo poche ore prima Uldo lo aveva preparato per loro, magari ridacchiando tra sé e sé della stupidità di quell’accozzaglia di buoni a nulla che a suo parere erano gli agenti di controllo. Il fantaleo intanto aveva già divorato chilometri d’erba con una voracità pari soltanto alla sua stazza. Pranzarono in silenzio, Jorge perso nei suoi pensieri, Sonny attento alle reazioni del suo stomaco provato dal lungo digiuno.

 

«Sai che ho sognato Debbie?» disse infine, tanto per fare conversazione

«Come dici? Non ti stavo ascoltando»

«Ho sognato Debbie, prima, non mi sono nemmeno accorto che mi stavo per addormentare»

«È possibile che tu abbia dormito… ma quello non era un sogno»

 

(continua)

 

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martedì, ottobre 05, 2004
 

Sonny, Debbie e il Fantaleo

Un amore esigente nell’anno 21.004

UNDICESIMA PUNTATA

 

Per quanto fosse insolito per uno come lui, Sonny fece la cosa migliore che poteva fare date le circostanze: si lasciò pervadere dalla meraviglia. Non era solo stupore per l’enormità di ciò che i suoi occhi si ostinavano a vedere, era come se all’improvviso nel suo cuore si fossero spalancate milioni di finestre inondate dalla luce di decine di soli. Ritrovò a fatica un respiro e un altro e un altro, finché riuscì ad avere abbastanza fiato nel petto per espirare; di nuovo aria fresca, e più ne entrava e più la commozione trovava la strada degli occhi, sgretolava i nodi della tensione e dissipava le paure di tutta una notte.

 

Il fantaleo scivolava a un metro dal suolo, subito dietro a Uldo Brenna. Era lungo forse dieci o dodici metri, alto non meno di tre, la pelle era grigio chiaro, quasi bianca, spessa, preistorica, se ha un senso, eppure apparentemente viva. Gli occhi erano grandi come il pugno di un bambino e nella testa possente quasi scomparivano eppure… si muovono! No, no, no, non esiste un cyberanimale con gli occhi mobili, mai, mai…

 

«Oh, oh, oh, eccoti finalmente! Uhm, ehm, oh, oh, oh» la voce di basso del fantaleo fece vibrare la scala. Sonny strabuzzò gli occhi ancora di più mentre il muso del fantaleo si abbassava per guardarlo da vicino.

«Ehi, piano per favore, sai che siamo ancora in pericolo»

«Ehm, uhm, sì-sì-sì, piano piccolo Jorge, hai ragione come al solito, uhm, oh, oh, oh, chiedo scusa» rispose il fantaleo ad un volume molto più basso.

«Ti vedo tutto scritto in faccia, Sonny Alvise Tessaro, scritto e scolpito» disse Uldo con la sua inconfondibile voce chioccia. Poi si rivolse a Jorge «Non credo che riusciremo a portarlo via di qui senza un paio di spiegazioni… purché le accetti per quello che sono e non ti venga in mente di fare altre domande! Siamo d’accordo?» Sonny annuì senza staccare gli occhi dal fantaleo.

«Allora fai presto, io intanto preparo le coperte e la stuoia»

«Dunque, quello che vedi non è un cyberanimale. Per dire la verità un po’ di cyber c’è, ma l’animale da cui questo cyber è stato creato è lui stesso»

«Ehm, uhm, uhm»

«Hai capito?»

«No»

«Nemmeno io l’avrei capito se non fossi quello di cui parli, uhm, oh, oh, oh» lo canzonò il fantaleo

«Insomma, diciottomila anni fa hanno preso un animale vero, un lamantino per la precisione, e gli hanno incrementato le funzioni cognitive, poi gli hanno insegnato a parlare con alcuni innesti cyber all’apparato vocale, poi…»

«Uldo, sbrigati!» disse Jorge mentre stendeva la stuoia sulla schiena dell’animale.

«Ho finito, ho finito! Da ultimo hanno impedito che la vecchiaia se lo portasse nel paradiso dei lamantini, ma una disfunzione ha messo in modo il suo meccanismo di crescita e reso la sua pelle ipersensibile all’acqua. Grosso com’era e costretto a stare sulla terraferma, si sono serviti di un banale giramateria per tenerlo sospeso. E come vedi è ancora lì, vecchio come il mondo, eppure ancora a metà della sua nuova esistenza, nuova si fa per dire ovviamente»

«Adesso vogliamo muoverci?» disse in un sibilo d’impazienza Jorge.

 

 

Sonny seguì il ragazzo sul fantaleo semplicemente perché era troppo stordito per agire autonomamente. Si sedette a gambe incrociate dietro il ragazzo come gli fu detto di fare e si avvolse nella coperta. Si aggrappò su due occhielli che sporgevano dalla stuoia e finalmente tornò a guardare Uldo che evidentemente stava continuando a dargli spiegazioni che non era nemmeno riuscito a sentire.

«Cosa?»

«Lascia perdere, ti spiegherà tutto Jorge quando sarete in viaggio, ti auguro tanta fortuna, Sonny L’Incredulo»

«Uldo! Attento! Stanno arrivando, Sali!» Jorge indicava un punto sopra i tetti, oltre la scalinata.

 

Due Nimlar avanzavano incerti nella luce del mattino senza riuscire a mantenere una vera e propria rotta. Appollaiati sui sedili scoperti, un paio di agenti di controllo si sbracciavano nella loro direzione. Uldo squittì ridendo di gusto.

«Andate, andate, prima che arrivino faccio a tempo a nascondermi nella città vecchia. Eh, eh, eh, non hanno energia nemmeno per tornare indietro, vuoi scommettere?»

«Sono armati! Sali, ti prego!» Seguendo lo sguardo di Jorge, Uldo girò goffamente su se stesso, poi avanzò di un passo verso destra nascondendo per un istante la visuale a Sonny. Quindi guardò incredulo il ragazzo.

«Armati? Non è poss…»

Nella bocca spalancata di Uldo Brenno sbocciò la punta di una grossa freccia. Cadde in avanti. Dalla nuca spuntava l’altro capo del proiettile.

«Via! Via! Alzati!» ordinò Jorge al fantaleo che eseguì immediatamente.

 

 

Su un punto Uldo aveva ragione: le riserve di energia dei Nimlar erano sull’orlo del collasso. Provarono a prendere quota per seguire i fuggitivi, ma non riuscirono a staccarsi da terra per più di cinquanta metri.

Il fantaleo raggiunse una quota di sicurezza, oltre i trecento, e rimase per un momento sopra il punto in cui giaceva il suo amico Brenna. Dei leggerissimi sussulti sotto la stuoia. Piangeva.

Jorge si chinò su di lui e ne accarezzò per qualche secondo il collo smisurato. Poi si rimise in posizione.

«Dobbiamo andare amico mio, non possiamo portare con noi l’inutilità della sua morte in aggiunta al dolore»

«Uhm, ehm, oh… andiamo…»

 

Tutti e tre guardarono per un’ultima volta Uldo Brenna, poi istintivamente scrutarono l’orizzonte in direzione dello scalo, ma nessun altro rinforzo era in arrivo per gli assassini del loro amico. Il fantaleo compì un ampio giro sopra la scalinata e infine puntò silenziosamente verso nord.

 

(continua)

 

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venerdì, ottobre 01, 2004
 

Sonny, Debbie e il Fantaleo

Un amore esigente nell’anno 21.004

DECIMA PUNTATA

 

Sonny era a tratti colto dal dubbio che stessero girando intorno, ma a smentirlo c’erano, in assenza di luce, il diverso suono dei loro passi sulle differenti pavimentazioni dei quartieri che attraversavano, la mutevolezza degli odori che attraversavano schizzando da un vicolo all’altro, i continui saliscendi e la brezza che aveva cominciato già da qualche minuto a preannunciare spazi più aperti che dovevano per forza essere da qualche parte davanti a loro.

E quando saremo arrivati al deserto? Continueremo a correre mimetizzati da sabbia o da pietrisco? Quanto est ci si deve lasciare alle spalle per superare l’ovest?

Uldo Brenna guidava i fuggitivi senza dare segno di stanchezza, Sonny lo seguiva tenendo in una mano un capo della lunga cintura del mediatore. Il respiro affannoso del bambino lo segnalava sempre alle loro spalle.

Sonny era invece già oltre il proprio limite: esaurita la saliva, deglutire diventava un esercizio di puro masochismo e la lingua era un frutto secco che ostacolava il respiro. Le gambe poi sembravano infilate in calzoni imbottiti di spine e pugnali; i piedi toccavano il terreno solo dopo che i talloni si erano incrinati nell’urto con la strada. Nei polmoni andava anche peggio. Una qualche forza maligna cercava di scollarli dalle pareti interne con degli uncini scheggiati. Cominciarono degli strani pensieri. Non serve più a niente nemmeno fermarsi. Ormai sono spacciato. Gli agenti di controllo avranno dei medicinali o mi costringeranno a tornare allo scalo a piedi? Era davvero di Debbie la translettera? Stanno portando in salvo il mio cadavere…

Uldo rallentò lentamente, poi si fermò, afferrò Sonny all’altezza delle cosce e se lo caricò sulle spalle. Ripartì subito di buon passo. Il bambino era sempre dietro a loro.

 

Quella che a Sonny era sembrata una semplice cintura di poche baracche addossate al terminal, alla lunga si rivelò un susseguirsi di quartieri diversi che ingigantivano nella sua mente a mano a mano che il silenzio totale che li avvolgeva testimoniava che nessuno li abitava più.

 

Senza preavviso cominciarono a scendere una ripida scala scavata direttamente nel terreno.

Scavata? Quelli sono scalini! Dormito o pensato? Da quanto?

L’alba era cominciata senza chiedere permesso, molte ore dopo l’inizio della loro fuga, e adesso sembrava avere fretta di esaurire il proprio compito giusto per togliersi il pensiero.

 

«Uldo mettilo giù, da adesso deve reggersi da solo o restare qui ad aspettare che sia il nord a venirgli incontro» Brenna e il bambino si lasciarono cadere sugli scalini. Per quanto la loro resistenza fosse apparsa a Sonny poco umana, anche sui loro volti la fatica aveva picchiato duro. Il bambino si sfilò le scarpe e cominciò a massaggiarsi i piedi. Uldo fece l’atto (simbolico) di rialzarsi.

«Preferirei portarlo fino alla rampa, ormai siamo arrivati»

«Tu hai altro da fare e speriamo che il fantaleo abbia capito che abbiamo fretta»

«Non sei giusto amico mio, non ci ha mai deluso, non è vero?»

«Hai ragione, scusami. Pensi che quelli ci seguiranno fino a qui?»

«Non lo so, ho sentito che molti di loro hanno il terrore di essere attaccati dai fantasmi, credo siano tornati indietro già qualche ora fa, ma non escluderei che tra poco facciano uscire qualche Nimlar in ricognizione»

«Non mi sembra preoccupante»

«Non lo è, possono muovere una decina di agenti, non di più» il volto di Brenna si aprì in un sorriso «Eh, eh, eh, i fantasmi… non mi sembra di avere mai messo in giro una storia che abbia avuto più successo…»

«La paura è fertile Uldo, ci cresce di tutto»

«Allora vado»

«Sì, se ce la fai ad alzarti mi sembra che sia ora»

«Faccio più presto che posso»

«Ah, Uldo»

«Sì?»

«Le coperte e i vestiti…»

«Non preoccuparti, è tutto pronto, fidati»

Il ragazzino alzò gli occhi a fissare Sonny che stava in piedi davanti a lui.

«Senti piccolo, credo di doverti molto, oltre alle mie scuse intendo» gli tese la mano «pace?» Il bambino mise il pugno nel palmo dell’uomo in segno di pace

«Può darsi che cambierai ancora idea nei prossimi giorni… e fammi un favore non chiamarmi piccolo»

«Capisco, posso sapere il tuo nome adesso?» Sonny trasudava adulta comprensione da ogni neurone

«No, non capisci, ma non è colpa tua. Ho settantadue anni e mi chiamo Jorge Lachenay Drummond Hukkala»

 

Sonny non ebbe il tempo di farsi cadere del tutto la mandibola perché Uldo stava tornando proprio in quel momento. E non era solo.

Jorge sorrise divertito. Non ci si abituava mai alle espressioni delle persone che vedevano per la prima volta da vicino il Fantaleo.

 

(continua)

 

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