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mercoledì, agosto 25, 2004
Tutto un dritto
Nel quale non si parla di tennis o di lavoro a maglia
Uscì dalla casa che mancava poco a primavera. Il cielo era di un bianco uniforme, lattiginoso, come stare sotto a una calotta di formaggio fresco, veniva voglia di allungare una mano, sporgere le labbra e mungere l’aria.
Il cavo era una spanna sopra la sua testa, dalla casa proseguiva parallelo al suolo dritto ben oltre l’orizzonte. Lo afferrò senza pensarci, la mano vi aderì piacevolmente facendolo sembrare un placido passeggero del sette barrato che si fa portare a spasso per il centro la domenica mattina. I piedi si mossero immediatamente, attraversò il prato con l’intenzione di non allontanarsi molto.
L’erba bagnata gli faceva venire l’allegria ai piedi, allungò il passo stupito della robustezza del cavo, dell’infinito che lo tratteneva all’altro capo, della facilità con la quale procedeva a passi sempre più sicuri mentre le albe e i tramonti giocavano a girotondo intorno a lui.
Sulle prime pensava di essere il solo. Un privilegiato depositario della marcia infinita sul prato davanti a casa. Poi la prima delusione: seppure gli fossero invisibili, c’erano molti altri che procedevano come lui, ciascuno aggrappato al proprio filo…
La seconda delusione fu ancora peggiore. Nell’istante in cui si voltò indietro per valutare se fosse il momento di rientrare, si accorse che la casa era sparita da molto tempo alle sue spalle. E c’era ancora di peggio. Anche guardando indietro infatti, il cavo sembrava essere fissato oltre l’infinito. Fu allora che fu turbato dal pensiero che forse anche davanti a sé, poteva non essere l’infinto l’approdo ultimo del suo cammino. E tuttavia continuava a sentirsi tanto appagato dall’andare che superò il momento e sì lasciò catturare dal cammino. Era facile del resto, per quanto il terreno divenisse sconnesso, incostante, addirittura lacunoso, non aveva che appendersi al suo cavo e spiccare lunghi balzi in tutta sicurezza lasciandosi condurre oltre gli ostacoli. Non era stato sciocco a preoccuparsi tanto? Non era rassicurante sentirsi cresciuti di quel tanto che il cavo era venuto a trovarsi all’altezza della sua spalla conferendogli una posizione più virile, quasi guerriera?
Ma era poi cresciuto lui o era il cavo che cominciava a scendere?
Nel dubbio continuò ad andare avanti.
Attraversò altre pianure, superò altri ostacoli, i salti erano ancora possibili, ma costavano una fatica maggiore. Incrociò molti suoi simili, con alcuni si trovò a procedere affiancato, ma la maggior parte delle volte erano solo linee che lentamente e inesorabilmente divergevano. Anche il cavo pareva di stagione in stagione più esile. Soprattutto dopo che si ritrovò a seguirlo tenendo la mano (ancora ben salda) all’altezza del fianco.
Eppure posso testimoniare del fatto che nemmeno allora si sentiva infelice, forse perché con l’indebolirsi della vista riusciva ancora a credere che il cavo fosse saldamente piantato ben oltre l’orizzonte.
martedì, agosto 17, 2004
Fenomenologia post-moderna della Festa dell’Assunta
San Giorgio in Bosco (PD)
Quando Nick Carter era Nick Carter le prime ombre della sera calavano su New York facendosi anche male. Non solo, era rigorosamente lunedì sera e l’ultimo chiudeva la porta. Slam! Cos’erano? Erano i fumetti in tivù-ù-ù-ù… e chi non se li ricorda? Fatti suoi, tanto noi siamo post-moderni e guardiamo sempre avanti, dritti verso il sol al plasma dell’avvenire.
Ma anche quando Nick Carter era Nick Carter, la Sagra Paesana era (ed è) un evento unico, imperdibile e (a Manitù piacendo) ripetibile. Non che a me interessi, intendiamoci, ma dopo sei anni trascorsi a passarci davanti per andare altrove e a porconare per il casino dello spettacolo pirotecnico che spaventa sia la bambina che l’irascibile Peter Petrovskji, ho voluto sperimentarla in prima persona con lo spirito giornalistico e spiritual-sociologico che tanto diserta i blog del nord-est.
E poi dai, non fa tenerezza il tendone dello stand gastronomico? Non vi fa sentire parte di una totalità quello sgomitare per un posto in coda, quello zigzagare per non farsi rovesciare il vassoio stracarico, quel vagabondare in cerca della famiglia che intanto ha preso posto sull’altro lato della piazza senza avere la gentilezza di fartelo sapere?
Tenerezza non pervenuta.
Ho segnato le quantità su un modulino prestampato, ho pagato alla cassa e la signorina ha passato l’evidenziatore sul numero dello scontrino invitandoci a prendere posto. Mi ha detto di agitare la mano non appena avessi sentito chiamare il mio numero. Nessuna traccia della cucina, sembravamo i concorrenti di un mega bingo post-moderno nel quale ogni numero vince la posta.
118, il mio.
Dopo dieci minuti senza coda siamo stati serviti al tavolo. Ho contato cinque numeri chiamati al minuto. Fosse meno estemporaneo lo segnalerei a quelli del Gambero Rosso. Mangiato benissimo. Buono anche il vino. Non che a me interessi, intendiamoci, ma bisogna pur mangiare…
Che cosa resta? A destra la discoteca per i giovani. Che già è grave che siano giovani, figurati se poi sono in un buco dove a suon di duecento decibel di cassa dritta il ragù d’anatra appena sceso riprende l’ascensore e torna su. Quanti passeri fa morire d’infarto una sagra paesana? Anche la sinistra tace colpevolmente sull’argomento.
Cos’altro resta? La pista del liscio, già campo da basket, pallavolo, tennis e pallamano in cemento, di recente passata quasi del tutto al calcetto. Stasera si balla duro: prima il repertorio classico di tanghi, valzer, polke, mazurke, poi una puntata al cha cha (che si scrive cha cha, ma si legge cha cha cha. Non chiedetemi perché). Qui siamo nel regno delle coppie. Ballerini in tour saggistico estivo dopo un anno passato a macinare il parquet della scuola di ballo. Si riconoscono per la plasticità post-moderna delle pose, la fatica dell’esecuzione che uccide la gaiezza e la spontaneità, l’espressione feroce del Ernesto, non sento la musica se continui a digrignare i denti così forte! Poi vengono i veterani. Ballano insieme da quando i partigiani hanno liberato Padova dai nazisti. Vanno a memoria, un po’ si annoiano e un po’ salutano quelli a bordo pista che non ballano e sono lì solo a vedere chi manca quest’anno. La loro costanza nello stile di ballo permette a quelli del mestiere di datarli, come le macchine o gli alberi. Esistesse un’archeologia socio-danzatoria li metterebbe sotto tutela come gli opifici, le manifatture tabacchi e gli squeri monumentali. Donne che ballano fra loro stasera solo due. Le più affiatate del lotto. Eppure tutti, giovani, vecchi, neofiti e veterani, fanno una specie di Present Arm verso il pubblico nello stesso punto.
Strano.
Mi avvicino.
Semplice.
Un monitor sormontato da una telecamera. Ad ogni giro di pista si viene inquadrati e si assiste da spettatori dell’essere ballerini protagonisti. La post-modernità è divorante e autofaga.
Finalmente cominciano i balli “nuovi”. Quelli che si ballano in gruppo. Guida la cantante, tutti trovano finalmente uno specchio altro da sé. Il gruppo si dispone cercando l’equidistanza fisica e la sincronia collettiva. La prima canzone è Y.M.C.A… ed è finalmente il caos. Le braccia autoctone monolingue perdono il senso alfabetico anglosassonico e vagano disortografate sopra a teste confuse, i passi dilapidano sicurezze nella variazione delle figure extra ritornello, le pance ritrovano il senso della vertigine mentre si sporgono da cinture esauste, le zeppe tornano ad essere trappole per le caviglie, il mondo recupera per un momento la sua pre-modernità. In cinque danno le spalle al palco e ballano a file come nei film di Antonioni o come Z la formica nel film omonimo.
Ma chi sono? Dove comprano le loro tinture? Dove trovano ancora oggi della brillantina vera? Cosa faranno quando morirà il loro barbiere ottuagenario? Che aspetto hanno quando termina la loro metamorfosi da balera?
Già, perché posso parlarvi di loro così come ne parlo per amor di battuta, ma la verità, un po’ come la vera faccia di Stanislao Moulinsky, è che ne sono perdutamente affascinato. La verità è che trascino la famiglia recalcitrante, mi siedo e guardo. E guardando cerco di capire cosa muove tante gambe e tante mani, a chi vorrebbe assomigliare questo o quello, dove si colloca il confine mobile del rito collettivo e della solitudine di chi i passi giusti proprio non riesce ad impararli, della labilità del post-moderno, sia che lo si cerchi nel ballo del Gattopardo, in quello post-virginale delle debuttanti, o nella tenacia ancheggiante della macarena sangiorgese.
E mi sento cannibale anch’io, perché vampirizzo immagini, giro cortometraggi immaginari e li archivio senza avere ottenuto le liberatorie. Poi mi carico in spalla una figlia quattrenne (finalmente dormiente e non chiedente) e me ne torno sul mio paiolo a chiedermi se € 18,90 non siano troppi per due primi, un secondo, mezzo di acqua e mezzo di rosso. E capisco che forse no.
Finalmente siamo a casa.
Tutto è bene quel che finisce bene.
E l’ultimo chiuda la porta!
Slam!
sabato, agosto 14, 2004
BUON COMPLEANNO PolentaeCammelli.it

AUGURI AUGURI AUGURI a tutti quelli che passando di lì in questi tre anni è scappato un sorriso...
lunedì, agosto 09, 2004
polenta goes to tombolo
intervallo (plin plin, plin plon)
In attesa della terza parte de La bieca censura…, il primo componente della ditta polentaecammelli trasloca da un paese all’altro della (st)ridente provincia padovana. Dal momento che di recente sono stati molti i blogtraslochi, non trovo niente di originale da aggiungere al già detto, forse perché è più difficile essere spiritosi quando dei piraña travestiti da acido lattico ti stanno sbranando i polpacci.
Che poi, se proprio devi risuolare lo scarpone vendendolo per nuovo basta rubare in famiglia. Alla domanda “come va sul web stamattina”, il secondo del suddetto binomio ha risposto:
«c’è così poca gente che siamo rimasti io e virgilio».
P.S. la nuova parola imparata oggi è “bojacca”. A cosa serve? A “imbojaccare”. Dopo due ore ho scoperto che è lo stucco che si mette tra le piastrelle…
giovedì, agosto 05, 2004
La Bieca Censura e il cinema ungherese
seconda puntata
«Scusi signorina, lei mi sta dicendo che è stata a Firenze, alla Biblioteca Nazionale e non ha trovato niente?» so che siete tipi svelti e avete già capito la cosa dalla puntata precedente, ma l’informazione non può sottacere la verità come se si trattasse di tafferugli alla Camera!
«No, prossore, nianche una riga in crose»
«Lei ha cercato sullo schedario degli argomenti signorina?»
«Sì prossore, dovevo sercare per autore secondo lei?» un punto alla signorina, prego avvicinarsi al banco e scommettere, lettore vince banco perde, andiamo con la prossima…
«No, ha fatto bene, solo che allora non riesco a capire che cosa ha cercato, signorina…» ocio che adesso bisogna ridere.
«Ho sercato quello che ha detto lei a lesione prossore, giuro!» non adesso, tra un attimo.
«E cosa ha cercato, signorina?»
«biecacensura prossore!» ecco, adesso.
Il professor Colui sostiene che in quel momento gli si sono incrinate due vertebre per lo sforzo di non ridere. Non so se sia vero, perché quando arrivava a dire “biecacensura” era sempre rosso, sudato e già in preda al convulso accademico. Gli astanti ridevano e poi se la facevano ripetere per capirla.
Se alle medie avete preso per il culo un compagno di scuola particolarmente ignorante e a distanza di venti o trent’anni vi rimorde un po’ la coscienza… perdonatevi. Non avete la più pallida idea di cosa possono dire degli azzimati accademici dopo una sessione d’esame. A confronto i ragazzi delle medie sembrano più compassati di Winston Churchill.
Non siete stupiti vero? Ci siamo passati tutti in un modo o nell’altro: magari una volta siamo stati sotto noi e un’altra abbiamo messo sotto qualcuno, ma se si ha fortuna in qualche modo se ne esce. Più facilmente se capita di stare sotto, perché ad acculturarsi si fa prima che a non essere stronzi.
Al tavolo della conferenza stampa sedevano in tre: il moderatore, il commissario politico e Jancsó. Il commissario politico era quello che ti aspettavi: serio, inappuntabile nel suo 100% poliestere (che in agosto non ti mette mai di buonumore) e con una strana capigliatura molto ordinata e geometrica culminante in un ciuffo a rincorsa lunga, stile anni ‘70, in cui si percepiva la titanica lotta dell’individuo contro la sovversione del capello crespo.
Il primo giornalista che alzò la mano chiese se un grande maestro come lui aveva qualche consiglio da dare ai giovani presenti in sala. In cuffia il commissario politico ascoltò la traduzione e rimase impassibile. Jancsó, invece di chiedere l’aiuto da casa o quello 50-50 del computer, sorrise e rispose che il suo primo maestro ripeteva spesso che per fare un buon film servivano tre cose: un cucciolo, un bambino e una donna nuda. I giovani risero, il giornalista stenografò la risposta certo di avere cavato al vecchio regista il suo testamento spirituale e il commissario politico rimase impassibile.
Il secondo giornalista chiese se a parere dell’autore ci fossero in Ungheria le condizioni per una svolta politica in senso democratico. La traduzione arrivò al commissario politico che mosse le labbra lo stretto indispensabile per dire che non erano lì per parlare di politica ma di cinema. Jancsó sorrise. Il pubblico comprese.
Finalmente si alzò S. B., critico de l’U., e con quella sorta di complicità che talvolta si crea tra critico e cineasta, aggredì Jancsó per aver dimenticato il valore del materialismo storico a favore di teorie qualunquiste e reazionarie. Molti degli studenti presenti dichiararono in seguito di non avere mai visto vene così grosse sul collo di un uomo fin dall’avvento di Pappalardo. S.B. era livido di rabbia e ingolfato di indignazione. Il commissario politico cominciò a sorridere quando realizzò che finalmente qualcuno stava parlando di cinema. Poi volarono pernacchie e vaffanculo con cui gli studenti soffocarono il comizio del critico prima che il comizio soffocasse lui definitivamente. Jancsó sorrise.
Se solo Pippo Baudo avesse saputo sorridere quando fu accusato di fare programmi nazional popolari, probabilmente adesso avrebbe ancora un lavoro. Tanto i critici dogmatici e i commissari politici prima o poi passano. E noi non saremmo costretti a schierarci con brutti film e presentatori impresentabili.
Non ricordo se la collega biecacensura all’epoca dei fatti abbia sorriso, ma di sicuro non ha mollato la presa, ha solo spostato la sua attenzione dal cinema al teatro. Un mese dopo l'episodio intraprese un cammino di tesi che terminò solo quattro anni dopo. In che modo e come questo abbia a che fare con il cinema ungherese e la censura al Faggio, dobbiamo rimandarlo all’ultima puntata. Così guadagno un po’ di tempo per inventarmelo.
(continua)
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